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Nella gioia e nel dolore

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 6 febbraio 1954
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column7-9


[1]
Le prime voci dell´uomo creato - La donna che strappa un Ah, sa di aver fatto centro nel passante - I quattro ma di Don Abbondio e i vocativi del Petrarca - ultimo potenzinterra!
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Al tasto dell´affetto risponde, dal fondo pregrammaticale ognuno di noi, la corda dell´interiezione: un punto di lingua che dice meglio ogni altro il carattere lirico e creativo del linguaggio, e sul quale, dai «bestioni» vichiani in poi, siamo tutti ugualmente forti.
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Dare regole intorno a queste voci dal sen fuggite, calzanti in ogni caso, è come sfondare un uscio aperto: cioè di quelle cose che il grammatico fa più spesso e volentieri.
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Egli ci rammenta che le interiezioni sono proprie e improprie.
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Tra le prime, Ah è la dominante, come quella che rende il sentimento nel modo più schietto.
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Si usa ancor oggi nel dolore, nella gioia, in ogni senso che esce libero e nativo dal cuore, senza quasi pensare ad altrui.
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Al paragone, Oh, avverte un grande sinonimista, è meno pieno e intimo; par che voglia testimonii, eccitare attenzione.
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«Ah che bella donna!» e «Oh che bella donna!» sono forme entrambe gradite; ma sempre una signora di finissimo orecchio preferirà la prima, che vien più dal cuore, alla seconda, un tantino di testa.
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Colei soltanto che strappa un Ah, ha fatto veramente centro nel passante.
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Eh è consigliato per una meraviglia mista di ripugnanza; mah, cheh (solite a scriversi senza l´h) per incredulità e disprezzo.
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(Ma i quattro ma di Don Abbondio aiutato a scavalcare dall´Innonimato, rendono tutt´altro suono).
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Ahi e Ohi tengono «ab antiquo» il campo tra le interiezioni di dolore; vogliono anzi i pessimisti che siano state le prime voci dell´uomo creato.
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Ohi è per solito grido di dolore corporeo, e può essere quasi scherzevole.
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Ahi (e di corporeo e di morale) è più vivo e profondo.
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Un poetastro vi ferma: ohi!
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Caccia di testa un foglio: ahi!
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Uhi, come ha dipinto uomo di Sebenico, è di dolore più chiuso, o corporeo o morale che sia.
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«Esprime il disgusto e un chiudersi quasi del senso all´impressione spiacevole. «Oggi è meno usato degli altri due; ma sul tram, nelle cosiddette «ore di punta», si fa ancora sentire. Uh è indicato per dolore, meraviglia, incertezza; Ih, per rabbia e stizza; Puh per ripugnanza e sdegno; Puah per schifo aperto, seguito da sputo facoltativo. Il poetico Deh prega; Guai minaccia; Ohihò (contrazione di Heu bone Deus, secondo etimologia trovata dal Muratori) disprezza, schifa e talora semplicemente nega. Ma spesso gli usi si scambiano; ché la caratteristica di queste voci, insensate eppur significantissime, è di essere adoperate sempre a proposito, così dall´ultimo sterratore come dall´Arciconsolo della Crusca. Nel dolore e nella gioia uomo trova naturalmente il primo verso.
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Le interiezioni improprie sono più lavorate e di molte maniere.
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Alcune aggiungono alla interiezione propria qualche parola o frase: ahimè (e i più preziosi ahinoi, ahisè), ohimè, oh Dio, ih che rabbia; altre consistono in una parola qualsiasi usata assolutamente (Viva! Crepa! Peccato!) e molte sono vere frasi, ma vibrate o scorciate dalla passione (Dio ci aiuti! Bene alzata! All´armi!).
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E assumono valore interiezione anche: avverbio Ecco, semplice o rafforzato, indipendente o reggente nomi pronomi infiniti participi ecc.; Oh (senza h) vocativo ed esclamativo, del quale sono tredici esempii (primato imbattuto) nel sonetto del Petrarca: «O passi sparsi, o pensieri vaghi e pronti»: dodici, secondo ha trovato il Leopardi, in forza di dolore, ed uno, cioè ultimo («o anime gentili ed amorose») in forza di chiamata; e la seconda singolare dell´imperativo in alcuni verbi di percezione, per lo più abbreviati: vedi o ve´, togli e to, senti, mira e simili.
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Gua´, scorcio ironico di guardia e ba´ (da bada) non li direbbe che un toscaneggiante.
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Vive invece il pecorile b(bene) e il raddoppiato bembè (bene bene) che usa dire di solito quando le cose vanno male male.
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E non sono espressioni interiettive il ciro ciro! per chiamare i maiali allo stallino, lo sciò per parare i polli, lo arri per dar la mossa alle bestie da soma?
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Immenso è il campo delle voci appassionate; e chi tien dietro alle interiezioni, inavvertitamente sconfina nelle esclamazioni, imprecazioni e bestemmie.
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Tra quest´ultime sono cadute le maniere tartufesche permicio, permios, perdina; mentre vivono sempre perdiana e diamine (incrocio prudenziale di diavolo con domine).
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Accidenti e acer, accidentaccio sono tra le sempre verdi della lingua.
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Ma potenzinterra! lo sparò ultima volta il De Amicis; e di perdirindina i giovani oggi non vogliono più sapere; ricorda troppo la diligenza.
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Poffareddio e Alleguagnele!
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(per il Vangelo!) sono tarlati vecchiumi; ma quanti altri timorati moccoli dei nostri padri stanno pigliando la via della soffitta!...
[31]
Oggi si osserva dal linguista che nelle classi colte la tendenza è di imprecare con minor varietà ma con maggior franchezza una volta: giusta il salutare principio del «poco ma buono».
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Voci di stagione.
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SCI.
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Da scrivere e prinunziare sempre sci e non sky, schi.
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Ma perchè, domanda il lettore T.
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M. che ha letto il Tasso, non dirli italianamente scivoli o strisci?
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Probabilmente per la difficoltà di toglierne il verbo.
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Una mamma manda volentieri la figliola a sciare; a scivolare, ci ripenserebbe.
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E strisciare, strisciatore, sono anche più equivoci.
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Dio, quanto striscia quel giovinotto!
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Sente?
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ambiguo.
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IMBECCATA INFREDDATURA RAFFREDDORE.
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La primo è meno della seconda, la seconda del terzo.
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Chi ha preso un´imbeccata può compatire infreddato; questo, il raffreddato.
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(Il quale, a sua volta, si rifarà pensando all´influenzato, ché il peggio non è mai morto).
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oblio in cui è caduta la prima di quelle voci ha tolto il primo anello a questa catena di consolazioni.
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Leo Pestelli
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