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Le prime voci dell´uomo creato - La donna che strappa un Ah, sa di aver fatto centro nel passante - I quattro ma di Don Abbondio e i vocativi del Petrarca - L´ultimo potenzinterra!
Al tasto dell´affetto risponde, dal fondo pregrammaticale d´ognuno di noi, la corda dell´interiezione: un punto di lingua che dice meglio d´ogni altro il carattere lirico e creativo del linguaggio, e sul quale, dai «bestioni» vichiani in poi, siamo tutti ugualmente forti. Dare regole intorno a queste voci dal sen fuggite, calzanti in ogni caso, è come sfondare un uscio aperto: cioè di quelle cose che il grammatico fa più spesso e volentieri.
Egli ci rammenta che le interiezioni sono proprie e improprie. Tra le prime, Ah è la dominante, come quella che rende il sentimento nel modo più schietto. Si usa ancor oggi nel dolore, nella gioia, in ogni senso che esce libero e nativo dal cuore, senza quasi pensare ad altrui. Al paragone, Oh, avverte un grande sinonimista, è meno pieno e intimo; par che voglia testimonii, eccitare l´attenzione. «Ah che bella donna!» e «Oh che bella donna!» sono forme entrambe gradite; ma sempre una signora di finissimo orecchio preferirà la prima, che vien più dal cuore, alla seconda, un tantino di testa. Colei soltanto che strappa un Ah, ha fatto veramente centro nel passante. Eh è consigliato per una meraviglia mista di ripugnanza; mah, cheh (solite a scriversi senza l´h) per incredulità e disprezzo. (Ma i quattro ma di Don Abbondio aiutato a scavalcare dall´Innonimato, rendono tutt´altro suono).
Ahi e Ohi tengono «ab antiquo» il campo tra le interiezioni di dolore; vogliono anzi i pessimisti che siano state le prime voci dell´uomo creato. Ohi è per solito grido di dolore corporeo, e può essere quasi scherzevole. Ahi (e di corporeo e di morale) è più vivo e profondo. Un poetastro vi ferma: ohi! Caccia di testa un foglio: ahi!
Uhi, come l´ha dipinto l´uomo di Sebenico, è di dolore più chiuso, o corporeo o morale che sia. «Esprime il disgusto e un chiudersi quasi del senso all´impressione spiacevole. «Oggi è meno usato degli altri due; ma sul tram, nelle cosiddette «ore di punta», si fa ancora sentire. Uh è indicato per dolore, meraviglia, incertezza; Ih, per rabbia e stizza; Puh per ripugnanza e sdegno; Puah per schifo aperto, seguito da sputo facoltativo. Il poetico Deh prega; Guai minaccia; Ohihò (contrazione di Heu bone Deus, secondo l´etimologia trovata dal Muratori) disprezza, schifa e talora semplicemente nega. Ma spesso gli usi si scambiano; ché la caratteristica di queste voci, insensate eppur significantissime, è di essere adoperate sempre a proposito, così dall´ultimo sterratore come dall´Arciconsolo della Crusca. Nel dolore e nella gioia l´uomo trova naturalmente il primo verso.
Le interiezioni improprie sono più lavorate e di molte maniere. Alcune aggiungono alla interiezione propria qualche parola o frase: ahimè (e i più preziosi ahinoi, ahisè), ohimè, oh Dio, ih che rabbia; altre consistono in una parola qualsiasi usata assolutamente (Viva! Crepa! Peccato!) e molte sono vere frasi, ma vibrate o scorciate dalla passione (Dio ci aiuti! Bene alzata! All´armi!). E assumono valore d´interiezione anche: l´avverbio Ecco, semplice o rafforzato, indipendente o reggente nomi pronomi infiniti participi ecc.; Oh (senza h) vocativo ed esclamativo, del quale sono tredici esempii (primato imbattuto) nel sonetto del Petrarca: «O passi sparsi, o pensieri vaghi e pronti…»: dodici, secondo ha trovato il Leopardi, in forza di dolore, ed uno, cioè l´ultimo («o anime gentili ed amorose») in forza di chiamata; e la seconda singolare dell´imperativo in alcuni verbi di percezione, per lo più abbreviati: vedi o ve´, togli e to, senti, mira e simili. Gua´, scorcio ironico di guardia e ba´ (da bada) non li direbbe che un toscaneggiante. Vive invece il pecorile be´(bene) e il raddoppiato bembè (bene bene) che s´usa dire di solito quando le cose vanno male male.
E non sono espressioni interiettive il ciro ciro! per chiamare i maiali allo stallino, lo sciò per parare i polli, lo arri per dar la mossa alle bestie da soma? Immenso è il campo delle voci appassionate; e chi tien dietro alle interiezioni, inavvertitamente sconfina nelle esclamazioni, imprecazioni e bestemmie. Tra quest´ultime sono cadute le maniere tartufesche permicio, permios, perdina; mentre vivono sempre perdiana e diamine (incrocio prudenziale di diavolo con domine). Accidenti e l´acer, accidentaccio sono tra le sempre verdi della lingua. Ma potenzinterra! lo sparò l´ultima volta il De Amicis; e di perdirindina i giovani d´oggi non vogliono più sapere; ricorda troppo la diligenza. Poffareddio e Alleguagnele! (per il Vangelo!) sono tarlati vecchiumi; ma quanti altri timorati moccoli dei nostri padri stanno pigliando la via della soffitta!...
Oggi si osserva dal linguista che nelle classi colte la tendenza è di imprecare con minor varietà ma con maggior franchezza d´una volta: giusta il salutare principio del «poco ma buono».
Voci di stagione.
SCI. Da scrivere e prinunziare sempre sci e non sky, schi. Ma perchè, domanda il lettore T.M. che ha letto il Tasso, non dirli italianamente scivoli o strisci? Probabilmente per la difficoltà di toglierne il verbo. Una mamma manda volentieri la figliola a sciare; a scivolare, ci ripenserebbe. E strisciare, strisciatore, sono anche più equivoci. Dio, quanto striscia quel giovinotto! Sente? E´ ambiguo.
IMBECCATA INFREDDATURA RAFFREDDORE. La primo è meno della seconda, la seconda del terzo. Chi ha preso un´imbeccata può compatire l´infreddato; questo, il raffreddato. (Il quale, a sua volta, si rifarà pensando all´influenzato, ché il peggio non è mai morto). L´oblio in cui è caduta la prima di quelle voci ha tolto il primo anello a questa catena di consolazioni.
Leo Pestelli
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