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Molti amori cominciano da una cattiva pronuncia

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 5 giugno 1954


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Ba baciami piccina è a volte affascinante - Non per nulla uomo arrota erre - Consigli a signorina di bella presenza che si tiri su per dicitrice alla televisione - Le papere: Sto coll´orto e zappo i frati
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è una lingua, per così dire tessuta di mancamenti di pronunzia, di alterazioni e formazioni strane, di giri, uscite, sensi occasionali; una lingua sconsacrata e amena, viva come la vita, della quale ragionò squisitamente e con senso arte Idelfonso Nieri («Dei fatti transitori proprii delle lingue nell´atto che sono parlate»), in quella stessa Reale Accademia lucchese dove già era risonato il senno linguistico di Luigi Fornaciari.
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Per guarire dei difetti di pronunzia o darsene pace, importa conoscerli e distinguerli bene.
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La signorina di bella presenza che si tira su per dicitrice alla televisione, si ponga davanti allo specchio, e dicendo forte: «Sùscipe!» e subito dopo: «Ti piace la pasta coi ceci?», osservi bene che cosa le fa il mento; se balla, vorrà anche dire ch´ella ha pronunciato male la sci e le ci di quelle proposizioni, cioè che è affetta da bazza o baciorina, il primo e più grave e immedicabile dei difetti di pronunzia.
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Ma grave è anche la lisca, che il Nieri mirabilmente spiega come quella pronunzia per cui la cosidetta esse impura, invece di essere pronunziata fra il palato, la punta della lingua e i denti davanti superiori, è pronunziata fra la guancia e un lato della lingua nel preciso luogo delle caramelle: Quella lloria è una brutta lloria; dalle quale con la forza di volontà e esercizio si potrebbe anche guarire.
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Vi hanno poi il bleso; erre in gola o erre grassa, simile piuttosto a una ga ghe ghi go gu che a un erre; la pronunzia nasina, che per impedimento che trova la voce a passare dalla gola alle fosse nasali, sciupa enne e altri suoni; insaponatura, che si ha quando non si battono o scolpiscono convenientemente le sillabe, che la lingua, non collocata ai suoi posti, scorre via come insaponata, notando solamente le vocali quasi in iscivolo; e finalmente la speciale pronunzia degli ubriachi, a pallottola, transitoria ma tanto frequente e diffusa che da molti si può studiare anche in famiglia.
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E basti delle pronunzie cattive, delle quali va però ricordato che nella vita possono anche piacere, molti amori cominciando di , e qualcuno persino da forme leggiere di balbuzie, come intaccare o incheccare (Ba-baciamo piccina).
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Ciò è tanto vero che ci sono difetti di pronunzia che uomo si procura ad arte, per affettazione: il famoso erre arrotato, esse dolce dove andrebbe aspra, il ci e il gi fatti «esplosivi e istantanei» invece che «fricativi e continui» (dicce e Luiggi per dice e Luigi), e presso i toscaneggianti senza discrezione il ci duro bruciato, che gli stessi toscani canzonano col motto: «Un è mia mia, è un´amia una mi´amia».
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Venendo ad altri accidenti delle parole, una delle più frequenti alterazione è la metatesi, o trasposizione di lettere.
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Oltre a quelle che sono entrate in lingua (fradicio fracido, palude padule, spegnere e spengere, e altre moltissime), la cieca fretta tuttavia ne produce di nuove e più estese; e talune prese a volo dal vigilantissimo Nieri sono surrealisticamente assai belle: a Pagiri! grido degli amanti inebriati; mio matiro! lo scossone dell´adultera sorpresa; e cunigio per cugino e va purci per vacci pure.
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Dalle metatesi alle papere, di cui son pieni i libri di aneddotica teatrale, il passo è breve; si tratta sempre di scambi e trasposizioni, talvolta di grand´effetto: Via da me larvide palle!
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Sto coll´orto e zappo i frati.
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O Lume, accendete un altro Gigi.
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E gli scerpelloni a cui le false analogie conducono chi non sa?
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Bozzettisti e macchiaioli ci trovavano il loro spasso, e sovente nel fulgore uno sproposito, incidevano un profilo, un carattere, ch´era il burlesco contrapposto del contadino toscano boccadoro, di cui parlammo la volta scorsa.
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Antille per tonsille; plenilunio per pediluvio; un uomo di fibbia (per fibra) forte.
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Assessori e preti del Fucini parlano di misticismo di maschi e femmine nelle scuole miste, di fiori estatici, di vaiolo che si promulga.
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Ma più care al Nieri e a noi che lo leggiamo, sono quelle capestrerie di lingua che commettiamo non per imperfezione di organo o per ignoranza, ma per il bisogno una parola che ci abbia a servire una volta sola, con un significato da intendersi per il ricavato dall´insieme di tutto il discorso.
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Qui, chi ha più estro, più ce ne mette; e il popolo vince quasi sempre.
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Ora appiccica a una parola la stessa desinenza di quella che vuol ribattere.
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Così un ragazzo dice a un altro: «Domani è la premiazione», e quello, per negarlo, gli risponde: «Domani è la citrullazione».
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Ora formerà nuovi verbi efficacissimi da nomi proprii, sull´esempio del bergolinare, da Bergolino, inventato dal Sacchetti.
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Il Nieri ricorda di aver sentito dire di un certo Gioretti ch´era morto: «Povero Gioretti, non gioretta più!», splendido epicedio che a pensarci bene racchiude il mistero della vita.
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dunque da parlare sbrigliati; perché molto di nuovo, di fantastico e di bello, ne può improvvisamente nascere.
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La Lingua «ha gran braccia» che raccoglie anche quello che si forma fuori delle grammatiche e dei dizionari; anzi di quello soprattutto si nutre e avanza.
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E difettosi nella pronunzia e «paperisti» essa prende in cura con gli scioglilingua, un rimedio che come tutti i vecchi non promette miracoli, ma almeno costa poco e male non fa.
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Scioglilingua per casi leggieri: «O San Cristofanuccin che stai nel muro, perchè quando insancristofanuccinasti te, non insancristofanuccinasti anche me?».
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Per casi più serii: «Baston pontuto, foglion cottuto; cottuto foglione, pontuto bastone».
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Leo Pestelli

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