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Nell´uso del verbo Venire, e di altri ausiliari impropriamente detti, ci vuole discrezione e garbo per non finire chi sa dove
«Ho notato che oggigiorno si usa molti, specialmente nei giornali, il verbo Venire come ausiliario (venne arrestato; viene distribuito ec.); e vorrei sapere se e fino a che punto è cosa ben fatta». Così un lettore, rinfocolando una delle più vecchie e dibattute questioni; di quelle che già divisero il campo dei grammatici.
Da una parte si sostenne che Venire usato come ausiliare (del quale sono esempii anche prima del Seicento) presta servizio assai utile, e ch´esso uno è né sinonimo né equivalente di Essere. Si tenga, fu dato per regola, ove sia da esprimere l´attualità della passione, si scarti ove sia invece da significare la permanenza dell´affetto. (Come chi dicesse: Venire, ausiliare degli amanti; Essere, ausiliare dei mariti). E ove sia indifferente l´una forma e l´altra, si preferisca la antica, più universale, più legittima, con Essere, quando ragioni di armonia o di buon gusto non suggeriscano di adoperare l´altra.
Ma l´opposta schiera dei rigorosi, alla cui testa non poteva non trovarsi il Fanfani, rimbeccò: Ausiliarii propriamente sono i soli Avere ed Essere, i quali soli bastano a tutti i bisogni delle coniugazioni; «e qualunque altro verbo s´ingerisca a far l´ufficio di essi, non può necessariamente essere se non un intruso e un ficchino». Nè li muoveva l´argomento degli esempii anche più antichi: perché in quelli, dicevano, il verbo Venire è più che altro modo elittico significante una certa eventualità dell´azione (viene distrutta, per avviene che è distrutta), sull´innanzi del venire che seguito da verbo, anch´esso in uso presso i primi scrittori (venne che andò via, per immantinente andò via), e più ancora del venire aggiunto ai gerundi, per significare l´azione di esso verbo rappresentandola, non nel puro atto, ma nel procedimento di esso: invece che leggeva, veniva leggendo. I quali antichi usi di Venire, in cui esso par rendere odore d´ausiliare, suffragarono l´ardire d´adattarlo ai participii passati come ausiliare vero e proprio; ardire a cui primo mosse quel gran «coartatore della lingua» che fu il Boccaccio, scrivendo si venne scontrato, per si scontrò (dove per altro il lettore fine intende: si scontrò per caso).
Così spiegato l´ibridismo del Venire con forza d´ausiliario, i fanfaniani ne dannavano l´uso; e il loro capo ironizzava: «Se nei modi venne ferito, venne scorbacchiato o sim., venne è ausiliare, allora metto fuori io un altro ausiliare, perché, siccome tanto è dire venne ferito, venne scorbacchiato quanto restò ferito, rimase scorbacchiato, così anche questo saranno ausiliare come il venne; e andando di questo passo, diventerà una specie di ausiliare il rendersi, e sarà accettata per una eleganza la famosa frase giornalistica, rendersi defunto. Quando si comincia a sgarrare, non si sa dove si va a finire.»
Ora, concludendo, il lettore non stia su queste esagerazioni che lo renderebbero più corretto del Boccaccio e più grammatico della Grammatica; ma usi con discrezione e secondo proprietà, quel ch´essa gli concede circa Venire e gli ausiliari impropriamente detti. Non solamente Venire, quando si voglia meglio esprimere l´attualità o la causalità dell´azione (Io vengo colpito; Mi venne veduto il tale), ma anche Andare è buon ausiliare, e in certe frasi esprimenti lode o biasimo («E lodato ne va non che impunito»), e con certi aggettivi (Andare altiero, pazzo di una cosa), e specialmente là dove renda senso di necessità (I buoni libri vanno letto bene; Le vecchie andrebbero rispettate).
Ma da questo a seminare, come oggi purtroppo si fa per un malinteso studio d´eleganza, l´ausiliare Venire, ci corre quanto basta allo sdegno non solamente dei pedanti; coi quali è utile ricordare che soli ausiliarii che non dànno mai dispiaceri sono pur sempre i due titolari: Essere e Avere.
Leo Pestelli
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