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I falsi monetari

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 4 settembre 1954


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Le malefatte dell´orecchio - Senza sospetto noi ammettiamo troppa gente nella «parentela» - Le «tote» piemontesi e le «tosette» lombarde - Parole che hanno perduto la via di casa

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Camminando la lingua sui calli all´etimologista, che non potendo altro, nota di bugiardo, come è bugiardo chiunque rinnega il proprio casato, moltissime parole che a noi profani suonano invece schiettissime. Ecco, verbigrazia, Parente. Senza sospetto noi ammettiamo nella parentela tutti gli agnati e i cognati e gli affini (e qualcuno, sotto nome di cugini, ci fa stare anche i morosi); laddove riguardata nell´origine (il latino pario, is, partorire), poche voci sono meno elastiche di questa, spettante tutt´al più ai genitori, e in via abbondanza, ai genitori dei genitori. Così la chierica dei religiosi, che volgarmente chiamiamo tonsura, è più veramente una rasura,se fra il tosare e il radere è la stessa differenza che passa fra le forbici e il rasolo. (In parentesi, secondo alcuni che si rifanno al Muratori, la tota piemontese sarebbe accorciamento e storpiatura del latino intonsa con cui designavasi al tempo dei Longobardi, a cagione che non si tosava mai il crine ma lo nutriva, la donzella da marito di civil casato; la quale etimologia fondata sul rovescio della «maschietta», è fatta valere anche per le lombarde tose, tosarie e tosette.)

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Ma più serii sono quest´altri casi di parole che avendo da tempo perduto la via di casa, non sono punto aiutate dall´uso moderno a ritrovarla; anzi ci stanno per errori belli e buoni. Una è aggettivo Losco, che già un pezzo prima che implicasse col francese, aveva nome di bugiardo presso i vecchi linguisti. Luscus era infatti per i Latini il cieco di un occhio; onde Marziale proverbia Taide dicendo: «Quinto ama Taide. Quale delle Taidi? La losca. Dunque se manca a Taide un occhio, mancano ambidue a Quinto.» Ma la Crusca spiega a Losco come quegli che per sua natura non può vedere le cose se non dappresso e guardando ristringe e aggrotta le ciglia. E a maggior confondimento usiamo oggi Losco nel senso, finora non mai ricevuto nella nostra lingua, nemmeno per traslato, di Dubbioso, non regolare, poco chiaro, equivoco; e dietro ai Francesi, che hanno invece per buono, diciamo azioni losche, losco individuo e simili stranezze.

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Anche più sfacciatamente rinnega le proprie origini, nel modo onde molti lo usano oggi, aggettivo Sballato, alla cui fortuna non sarà forse estraneo (dispiace dirlo) il suono disonesto. Il verbo Sballare da cui deriva, vale propriamente aprire e disfare le balle, azione contraria dell´Imballare. Come traslato ha due sensi: il popolarissimo sballarle grosse, per Dir bombe, raccontare cose lontane dal vero; e quello assai più raro di Morire: ora di sballare, il vecchio sballa ecc. Ma qui finisce il dominio di questa parola; e i moltissimi che dicono affare, negozio sballato; causa, ragione sballata e simili, parlano una lingua di loro invenzione o meglio pigliano lucciole per lanterne, volendo veramente dire che quella causa, quella ragione ecc. sono Spallate, cioè senza spalle quindi forza di reggersi.

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orecchio è traditore, avvenendogli bene certi suoni e male altri, sforza e spesso travisa il significato dei vocaboli. I suoi devoti, gli orecchianti, detti dal De Amicis «falsi monetari», sono tra più assidui, sebbene ignari, corrompitor della lingua. Loro è il francese déjeuner che diventa digiunare, il tedesco Brot (pane) che si fa brodo, gl´inglesi cartoons (pupazzetti, storielle umoristiche), italianamente trasformati in cartoni animati. Loro le lapidarie sentenze: «In ogni treno è il prefetto» (Omne trinum est perfectum); «La fine corona il topo» (Finis coronat opus); «In nessun luogo è più gioconda la domestica che sulla sedia» (Nullus locus est iucundior domestica sede) e quelle infinite cantonate di senso, prese nella propria non meno che nelle lingue altrui, e strampalatissime etimologie di cui hanno dato arguti esempi il De Amicis il Panzini e il Monelli nei loro libri di lingua.

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Ma l´orecchio non fa poi soltanto del male; rende pure, di quando in quando, qualche utile servizio. desso che ci fa dispiacere la voce aeronautica decollare, rappresentandoci la immagine, calzante con il vero senso che quel verbo ha nella nostra lingua, di una decapitazione; onde alcuni anni fa si pensò di sostituire autorità quel brutto francesismo, nella sua anche più brutta figliolanza di decolto e decollaggio, coi vaghi termini di involvo e momento dell´involo, deno tante il primo «il complesso delle situazioni successive di un aeromobile tra istante in cui il pilota manovra per perdere il contatto col terreno o con acqua e istante in cui la manovra è terminata»; il secondo, istante in cui aeromobile conclude il proprio involo. Poteva stare; ma di autorità si possono far morire gli uomini, non le parole; e il francesismo decollare coi suoi derivati si sono impavidamente mantenuti nel linguaggio comune, e contro l´orecchio e contro la ragione.

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Leo Pestelli


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