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Le malefatte dell´orecchio - Senza sospetto noi ammettiamo troppa gente nella «parentela» - Le «tote» piemontesi e le «tosette» lombarde - Parole che hanno perduto la via di casa
Camminando la lingua dà sui calli all´etimologista, che non potendo altro, nota di bugiardo, come è bugiardo chiunque rinnega il proprio casato, moltissime parole che a noi profani suonano invece schiettissime. Ecco, verbigrazia, Parente. Senza sospetto noi ammettiamo nella parentela tutti gli agnati e i cognati e gli affini (e qualcuno, sotto nome di cugini, ci fa stare anche i morosi); laddove riguardata nell´origine (il latino pario, is, partorire), poche voci sono meno elastiche di questa, spettante tutt´al più ai genitori, e in via d´abbondanza, ai genitori dei genitori. Così la chierica dei religiosi, che volgarmente chiamiamo tonsura, è più veramente una rasura,se fra il tosare e il radere è la stessa differenza che passa fra le forbici e il rasolo. (In parentesi, secondo alcuni che si rifanno al Muratori, la tota piemontese sarebbe accorciamento e storpiatura del latino intonsa con cui designavasi al tempo dei Longobardi, a cagione che non si tosava mai il crine ma lo nutriva, la donzella da marito di civil casato; la quale etimologia fondata sul rovescio della «maschietta», è fatta valere anche per le lombarde tose, tosarie e tosette.)
Ma più serii sono quest´altri casi di parole che avendo da tempo perduto la via di casa, non sono punto aiutate dall´uso moderno a ritrovarla; anzi ci stanno per errori belli e buoni. Una è l´aggettivo Losco, che già un pezzo prima che s´implicasse col francese, aveva nome di bugiardo presso i vecchi linguisti. Luscus era infatti per i Latini il cieco di un occhio; onde Marziale proverbia Taide dicendo: «Quinto ama Taide. Quale delle Taidi? La losca. Dunque se manca a Taide un occhio, mancano ambidue a Quinto.» Ma la Crusca spiega a Losco come quegli che per sua natura non può vedere le cose se non dappresso e guardando ristringe e aggrotta le ciglia. E a maggior confondimento usiamo oggi Losco nel senso, finora non mai ricevuto nella nostra lingua, nemmeno per traslato, di Dubbioso, non regolare, poco chiaro, equivoco; e dietro ai Francesi, che l´hanno invece per buono, diciamo azioni losche, losco individuo e simili stranezze.
Anche più sfacciatamente rinnega le proprie origini, nel modo onde molti lo usano oggi, l´aggettivo Sballato, alla cui fortuna non sarà forse estraneo (dispiace dirlo) il suono disonesto. Il verbo Sballare da cui deriva, vale propriamente “aprire e disfare le balle”, l´azione contraria dell´Imballare. Come traslato ha due sensi: il popolarissimo sballarle grosse, per Dir bombe, raccontare cose lontane dal vero; e quello assai più raro di Morire: l´ora di sballare, il vecchio sballa ecc. Ma qui finisce il dominio di questa parola; e i moltissimi che dicono affare, negozio sballato; causa, ragione sballata e simili, parlano una lingua di loro invenzione o meglio pigliano lucciole per lanterne, volendo veramente dire che quella causa, quella ragione ecc. sono Spallate, cioè senza spalle nè quindi forza di reggersi.
L´orecchio è traditore, avvenendogli bene certi suoni e male altri, sforza e spesso travisa il significato dei vocaboli. I suoi devoti, gli orecchianti, detti dal De Amicis «falsi monetari», sono tra più assidui, sebbene ignari, corrompitor della lingua. Loro è il francese déjeuner che diventa digiunare, il tedesco Brot (pane) che si fa brodo, gl´inglesi cartoons (pupazzetti, storielle umoristiche), italianamente trasformati in cartoni animati. Loro le lapidarie sentenze: «In ogni treno c´è il prefetto» (Omne trinum est perfectum); «La fine corona il topo» (Finis coronat opus); «In nessun luogo è più gioconda la domestica che sulla sedia» (Nullus locus est iucundior domestica sede) e quelle infinite cantonate di senso, prese nella propria non meno che nelle lingue altrui, e strampalatissime etimologie di cui hanno dato arguti esempi il De Amicis il Panzini e il Monelli nei loro libri di lingua.
Ma l´orecchio non fa poi soltanto del male; rende pure, di quando in quando, qualche utile servizio. E´ desso che ci fa dispiacere la voce aeronautica decollare, rappresentandoci la immagine, calzante con il vero senso che quel verbo ha nella nostra lingua, di una decapitazione; onde alcuni anni fa si pensò di sostituire d´autorità quel brutto francesismo, nella sua anche più brutta figliolanza di decolto e decollaggio, coi vaghi termini di involvo e momento dell´involo, deno tante il primo «il complesso delle situazioni successive di un aeromobile tra l´istante in cui il pilota manovra per perdere il contatto col terreno o con l´acqua e l´istante in cui la manovra è terminata»; il secondo, l´istante in cui l´aeromobile conclude il proprio involo. Poteva stare; ma di autorità si possono far morire gli uomini, non le parole; e il francesismo decollare coi suoi derivati si sono impavidamente mantenuti nel linguaggio comune, e contro l´orecchio e contro la ragione.
Leo Pestelli
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