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La poca grazia delle sintesi mondane - Un falso risparmio: sparapanzarsi Gli amanti al cospetto del marito fanno agli occhi - Le malefatte dell´enfasi
Il nostro secolo, se, come dice, è quello della fretta, dovrebbe aver più care le cosiddette scorciatoie di lingua: voci e modi che con un minimo di tempo e di fiato, arrivano, quasi scoscendono il concetto. E non lasciarvi, come invece fa, crescere l´erba, per poi pigiare la gran moltitudine dei parlanti su una lenta e spesso noiosa strada maestra. Che è anche contrario alla religione, se è vero che d´ogni parola inutile, ci sarà di là domandato severissimo conto.
Una mamma si lagna che la figlia, invece di accudire alla casa, passa il tempo alla finestra o sull´uscio di casa; un marito che la moglie spende troppo in acquisti inutili. Ecco tre belle voci comprensive: finestraiuola, usciuola, compraiuola, con ottime referenze tutte (le due prime di San Bernardino, la terza di Leon Battista Alberti). E non sarebbe un bello ed economico telegramma quello che dicesse: «Rimbeltempendo, partiremo»? Rimbeltempire: ritornare il bel tempo; una parola che ne rimanda a casa quattro.
Anche il linguaggio mondano tende alla sintesi, ma le più volte con poca grazia. Non si nega che il novissimo sparapanzarsi sia efficace; ma a considerarlo bene, non dice molto più di coccolarsi, crogiolarsi e altre parole significanti pieno e spesso indecoroso abbandono a una soddisfazione: è un falso risparmio. Più denso è invece il modo tenersi telefonati, che non solo abbraccia l´idea di un frequente, futile telefonarsi di amici, ma anche esprime l´aggrovigliamento dei cordoncini, l´insalivazione della cornetta, la disperazione degli altri utenti cozzanti nell´«occupato», e in una parola, la libido telefonica. «Bài bài, ci teniamo telefonate».
Talvolta non si può risparmiare che poco, ma anche il poco è qualche cosa. Un vecchio filologo avventò tre pagine contro il modo: e cioè. Cioè, l´idest dei Latini, composto di ciò e di è, «si adopera per dichiarare meglio quello che precedentemente si è detto: sì che la particella congiuntiva e prima della dichiarativa non ci dee aver luogo, perchè se si dichiara meglio quello che si è detto, nulla si aggiunge». E´ logica fine, alla quale d´ora innanzi sacrificheremo quell´inetto e goffo e. Anche nel cenare si può saltare qualcosetta: la preposizione con o di. E invece di dire: ho cenato con un semplice cappone; usare transitivamente quel verbo coll´accusativo, sull´esempio del Redi: «cenare una minestra». Il qual scrittore, maestro di sveltezze, ci insegna pure a dire: «continuare il latte» e «dormire sopra il latte», in luogo del più indigesto: «continuare a prendere il latte», del più greve «dormire dopo averlo preso o bevuto».
Agli automobilisti che vogliano guadagnar tempo, si consiglia sportellare, per aprire lo sportello; e folgori di lingua sono anche padreggiare e madreggiare (per figlio o figlia che somiglia al padre o alla madre), ai quali qualche accanito seguace dell´Uso vorrebbe aggiungere il neologismo amanteggiare (per figlio o figlia che somiglia all´amico della madre). Per, nella sua piccolezza fa meraviglie: per contadino veste bene: per donna da passeggio, è bassa. E a questo proposito dirugginiamo il bel verbo sbraccettare (prendere, condurre a braccetto), specie nella forma riflessiva e reciproca. Si sbraccettarono un po´, vale un lungo discorso, narra un amore che s´è accontentato d´un poco di passeggio, che non s´è quasi mai messo a sedere, che non è entrato neppure una volta sotto un portone. Così come fare agli occhi dipinge le primizie dell´amore, il saettio degli sguardi. Fanno agli occhi i fidanzati in chiesa, gli amanti al cospetto del marito. I coniugi con mai, salvo che al quarto caso, facendoli lividi, pesti o neri per scoppio di gelosia o d´altra passione. Ma forse la più pittoresca, come anche la più disusata delle espressioni sintetiche, è far bandiera (che ha tutta una storia burlesca), detto del sarto che riceva qualcosa per sè e i suoi, dal panno del cliente. «Quella sottoveste è una bandiera». L´ha il Tommaseo, l´ha il Petrocchi; e Idelfonso Nieri le ha dedicato uno dei più graziosi dei suoi racconti lucchesi.
Quello che più allenta e diluisce la lingua è l´enfasi, che investe tanto i costrutti quanto le parole. Nel primo caso, tra altre malefatte, essa ci induce a quella sorta di rinforzamento tutto francese, che consiste nell´adoperare il verbo essere seguito da che: è a voi che parlo; è lui che cercavo; e peggio ancora nel plurale, dove la sconvenienza appare più evidente: è quei libri che volevo. Se scattasse un campanello tutte le volte che commettiamo questo errore, che soneria l´Italia! Quel rinforzamento si evita supplendovi con la costruzione inversa o con avverbi intensivi. Parlo a voi; cercavo lui, lui proprio; volevo quei libri, appunto quei libri volevo: forme schiette e abbastanza forti da dispensare dai ricostituenti. La massima: è l´uso che fa legge, si può dire anche, e meglio: è l´uso quello che fa legge; oppure: quello che fa legge è l´uso; ma forse meglio di tutto sarà di far uscire tutta quanta l´aria dal palloncino, e dire epigraficamente: l´uso fa legge!
Quanto alle parole, l´enfasi vi ha mille spie, tra le quali l´abbondanza dei traslati e il piegarli come facciamo a cose o mediocri o di piccolo conto. Per restringerci a pochi esempi, nella lingua di troppi magnifico è oggi anche un gancio; perfetto, un abbozzo. Una parola della gravità di tradire si dà anche ai gatti, che facendo le fusa, tradiscono il loro contento; ai grembiuli, che tradiscono i fianchi delle cameriere. Speculare è sceso dai filosofi ai trafficanti; entusiasmo, parola di grosso taglio, da spenderla nelle grandi esaltazioni dell´animo per cose grandi, è divenuta la moneta spicciola che si dà per mancia a tutto quello che fortemente piace, comprese le ballerine, i gelati, e anche meno.
Non si finirebbe più su questo dolorosissimo punto; ma ecco una lettrice di Pavia invitarci a snodare la questione del plurale di quei nomi che al singolare escono in cia e gia. Valigie o valige? Massiccie o massicce? Il vedere gli scrittori uscire ora in un modo ora nell´altro senza che a casa lascino detto niente, tiene sospesa questa signora a cui diciamo grazie: in primo luogo per il pensiero che si dà delle desinenze (dove troppe altre se ne infischiano); in secondo, se ha figli, per il modo grammaticalmente forte con cui certo li andrà educando. Volendo risanare una volta questa benedetta lingua, occhio alle mamme! «Se il singolare termina in cia o gia senza l´accento sull´i (così il nostro Fornaciari) bisogna distinguere: o il c e g sono preceduti da vocale, e allora l´i si conserva anche nel plurale; o sono preceduti da consonante o raddoppiati, e allora l´i nel plurale si perde». Dunque socie, fallacie, valigie, grattugie; e lance, fasce, bocce, cacce e donnacce.
Leo Pestelli
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