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Le primizie dell´amore

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 3 ottobre 1953


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La poca grazia delle sintesi mondane - Un falso risparmio: sparapanzarsi Gli amanti al cospetto del marito fanno agli occhi - Le malefatte dell´enfasi
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Il nostro secolo, se, come dice, è quello della fretta, dovrebbe aver più care le cosiddette scorciatoie di lingua: voci e modi che con un minimo di tempo e di fiato, arrivano, quasi scoscendono il concetto.
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E non lasciarvi, come invece fa, crescere erba, per poi pigiare la gran moltitudine dei parlanti su una lenta e spesso noiosa strada maestra.
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Che è anche contrario alla religione, se è vero che ogni parola inutile, ci sarà di domandato severissimo conto.
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Una mamma si lagna che la figlia, invece di accudire alla casa, passa il tempo alla finestra o sull´uscio di casa; un marito che la moglie spende troppo in acquisti inutili.
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Ecco tre belle voci comprensive: finestraiuola, usciuola, compraiuola, con ottime referenze tutte (le due prime di San Bernardino, la terza di Leon Battista Alberti).
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E non sarebbe un bello ed economico telegramma quello che dicesse: «Rimbeltempendo, partiremo»?
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Rimbeltempire: ritornare il bel tempo; una parola che ne rimanda a casa quattro.
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Anche il linguaggio mondano tende alla sintesi, ma le più volte con poca grazia.
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Non si nega che il novissimo sparapanzarsi sia efficace; ma a considerarlo bene, non dice molto più di coccolarsi, crogiolarsi e altre parole significanti pieno e spesso indecoroso abbandono a una soddisfazione: è un falso risparmio.
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Più denso è invece il modo tenersi telefonati, che non solo abbraccia idea di un frequente, futile telefonarsi di amici, ma anche esprime aggrovigliamento dei cordoncini, insalivazione della cornetta, la disperazione degli altri utenti cozzanti nell´«occupato», e in una parola, la libido telefonica.
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«Bài bài, ci teniamo telefonate».
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Talvolta non si può risparmiare che poco, ma anche il poco è qualche cosa.
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Un vecchio filologo avventò tre pagine contro il modo: e cioè.
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Cioè, idest dei Latini, composto di ciò e di è, «si adopera per dichiarare meglio quello che precedentemente si è detto: che la particella congiuntiva e prima della dichiarativa non ci dee aver luogo, perchè se si dichiara meglio quello che si è detto, nulla si aggiunge».
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logica fine, alla quale ora innanzi sacrificheremo quell´inetto e goffo e.
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Anche nel cenare si può saltare qualcosetta: la preposizione con o di.
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E invece di dire: ho cenato con un semplice cappone; usare transitivamente quel verbo coll´accusativo, sull´esempio del Redi: «cenare una minestra».
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Il qual scrittore, maestro di sveltezze, ci insegna pure a dire: «continuare il latte» e «dormire sopra il latte», in luogo del più indigesto: «continuare a prendere il latte», del più greve «dormire dopo averlo preso o bevuto».
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Agli automobilisti che vogliano guadagnar tempo, si consiglia sportellare, per aprire lo sportello; e folgori di lingua sono anche padreggiare e madreggiare (per figlio o figlia che somiglia al padre o alla madre), ai quali qualche accanito seguace dell´Uso vorrebbe aggiungere il neologismo amanteggiare (per figlio o figlia che somiglia all´amico della madre).
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Per, nella sua piccolezza fa meraviglie: per contadino veste bene: per donna da passeggio, è bassa.
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E a questo proposito dirugginiamo il bel verbo sbraccettare (prendere, condurre a braccetto), specie nella forma riflessiva e reciproca.
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Si sbraccettarono un po´, vale un lungo discorso, narra un amore che è accontentato un poco di passeggio, che non è quasi mai messo a sedere, che non è entrato neppure una volta sotto un portone.
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Così come fare agli occhi dipinge le primizie dell´amore, il saettio degli sguardi.
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Fanno agli occhi i fidanzati in chiesa, gli amanti al cospetto del marito.
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I coniugi con mai, salvo che al quarto caso, facendoli lividi, pesti o neri per scoppio di gelosia o altra passione.
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Ma forse la più pittoresca, come anche la più disusata delle espressioni sintetiche, è far bandiera (che ha tutta una storia burlesca), detto del sarto che riceva qualcosa per e i suoi, dal panno del cliente.
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«Quella sottoveste è una bandiera».
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ha il Tommaseo, ha il Petrocchi; e Idelfonso Nieri le ha dedicato uno dei più graziosi dei suoi racconti lucchesi.
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Quello che più allenta e diluisce la lingua è enfasi, che investe tanto i costrutti quanto le parole.
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Nel primo caso, tra altre malefatte, essa ci induce a quella sorta di rinforzamento tutto francese, che consiste nell´adoperare il verbo essere seguito da che: è a voi che parlo; è lui che cercavo; e peggio ancora nel plurale, dove la sconvenienza appare più evidente: è quei libri che volevo.
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Se scattasse un campanello tutte le volte che commettiamo questo errore, che soneria Italia!
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Quel rinforzamento si evita supplendovi con la costruzione inversa o con avverbi intensivi.
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Parlo a voi; cercavo lui, lui proprio; volevo quei libri, appunto quei libri volevo: forme schiette e abbastanza forti da dispensare dai ricostituenti.
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La massima: è uso che fa legge, si può dire anche, e meglio: è uso quello che fa legge; oppure: quello che fa legge è uso; ma forse meglio di tutto sarà di far uscire tutta quanta aria dal palloncino, e dire epigraficamente: l´uso fa legge!
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Quanto alle parole, enfasi vi ha mille spie, tra le quali abbondanza dei traslati e il piegarli come facciamo a cose o mediocri o di piccolo conto.
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Per restringerci a pochi esempi, nella lingua di troppi magnifico è oggi anche un gancio; perfetto, un abbozzo.
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Una parola della gravità di tradire si anche ai gatti, che facendo le fusa, tradiscono il loro contento; ai grembiuli, che tradiscono i fianchi delle cameriere.
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Speculare è sceso dai filosofi ai trafficanti; entusiasmo, parola di grosso taglio, da spenderla nelle grandi esaltazioni dell´animo per cose grandi, è divenuta la moneta spicciola che si per mancia a tutto quello che fortemente piace, comprese le ballerine, i gelati, e anche meno.
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Non si finirebbe più su questo dolorosissimo punto; ma ecco una lettrice di Pavia invitarci a snodare la questione del plurale di quei nomi che al singolare escono in cia e gia.
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Valigie o valige?
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Massiccie o massicce?
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Il vedere gli scrittori uscire ora in un modo ora nell´altro senza che a casa lascino detto niente, tiene sospesa questa signora a cui diciamo grazie: in primo luogo per il pensiero che si delle desinenze (dove troppe altre se ne infischiano); in secondo, se ha figli, per il modo grammaticalmente forte con cui certo li andrà educando.
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Volendo risanare una volta questa benedetta lingua, occhio alle mamme!
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«Se il singolare termina in cia o gia senza accento sull´i (così il nostro Fornaciari) bisogna distinguere: o il c e g sono preceduti da vocale, e allora i si conserva anche nel plurale; o sono preceduti da consonante o raddoppiati, e allora i nel plurale si perde».
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Dunque socie, fallacie, valigie, grattugie; e lance, fasce, bocce, cacce e donnacce.
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Leo Pestelli

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