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In viaggio per l´Italia alla cerca della pronuncia

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 3 aprile 1954


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Un abbonamento sul tronco Firenze-Roma sarebbe un mezzo eccellente Accento e senso - I gemelli non sono sempre due, come le levatrici sanno

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La signorina Silvia D.M, di Verona scrive: «Ferdinando Martini diceva che gl´Italiani hanno sempre paura di avere la lingua sporca, ed è vero; ma è altrettanto vero che i loro scrupoli cessano quando si tratta della pronuncia. Quanti sono in Italia che parlano con corretta pronuncia? Ben pochi, a mio giudizio. Questo per giustificare la mia richiesta di volerci indicare se vi sono vocabolarii coi segni fonici».

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Ha ragione; questo è il piede da cui più zoppichiamo. altra parte la questione della pronunzia è tale un pecoreccio (e non diciamo tutta la questione, ma anche soltanto la parte di essa che concerne le vocali e e o accentate) da uscirne con la testa rotta. Un buon vocabolario (e consiglieremmo il Palazzi) può farci molto, ma non moltissimo; il linguista, davanti al malato di pronunzia cattiva, fa quel che ogni medico nei casi seccanti: consiglia il cambiamento aria. Un abbonamento sul tronco Firenze-Roma, sarebbe il rimedio migliore; se non che questi due grandi centri legiferatori circa il perfetto pronunziare le vocali accentate, rompono il loro meraviglioso accordo (da cui il detto: «lingua toscana in bocca romana») in quasi un doppio centinaio di casi, dei quali i due più famosi sono lettera e colonna, che Firenze pronunzia rispettivamente largo e stretto (lèttera, colónna) e Roma stretto e largo (léttera, colònna).

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Che cosa fare allora in questi e negli altri casi di divergenza? Staccare una diramazione per Siena, dove peraltro pronunziasi nève contro Firenze e Roma che concordemente dicono nève? Tornare a casa? No; ma scegliere, secondo talenta, fra pronunzia fiorentina e romana; sempre però badando a non uscire dalle classi colte. Nel Ventennio, quanto tutte le acque si tiravano al Tevere, qualche pressioncella in favore della seconda veniva chiaramente fatta anche da filologi di chiara fama; ma onestamente bisogna riconoscere che anche allora, chi avesse pronunziato fiorentinamente cométa, grégge e mòccolo (contro i romani comèta, grègge e móccolo), la sera dormiva nel suo letto.

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La questione dell´esatta pronunzia diventa capitale quando variandola varia il senso della parola. Gli esempii sono moltissimi e noti a tutti (anche se in pratica non si direbbe): cèra (aspetto) e céra (prodotto delle api); pèsca (frutto) e pésca (da pescare); fòro (piazza) e fóro (buco) eccetera eccetera

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Sere fa alla televisione il dicitore, parlando della «Vanoni», pronunziò impóste. Bravo; non dispiaccia a chi avrà sussultato, ma ha fatto benissimo; era ora di chiuderle! etimologia fa luce: imposte, dal verbo imporre, coll´o chiuso. (Ma il lettore ci perdoni se non gli sappiamo dire perché si pronuncino impòste coll´o aperto quelle della finestra, che pur dovrebbero avere lo stesso etimo. Del resto tutto ciò che attiene alla finestra è diabolicamente doppio nella nostra lingua: imposte, scuri, gelosia).

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Come col fisco, anche con le signore si vada stretti: signòra. E con amóre, e con atróce, e con la ménta, Si largheggi invece con Alfònso, intònso, precòce, sènza, vèrso, sèmpre, bène, mèglio, cèrto. Ma non ci sono regole? Benché non fosse facile enunciarne in siffatta materia, pure i grammatici ci hanno pensato, e in acconce tabelle stabilito che hanno pronunzia aperta: i diminutivi in ello, ella; i participi e aggettivi in ente; i sostantivi in endo, ense, enza, estre, iere iero iera, occio, occhio, orio, otto, e le parole piane in olo e ola. Che hanno invece chiusa le parole formate coi suffissi: esco esca, ese, essa, evole, ezza, mento, oio, one sione zione, ore sore tore, oso; gli avverbi in mente; i diminutivi in etto; infinito dei verbi della seconda coniugazione, ecc. Pazzerello è il suffisso -esimo, aperto negli aggettivi: centèsimo, millèsimo, ecc. (ma non in medésimo); e chiuso invece nei sostantivi: battésimo, incantésimo.

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Ma è presto detto: aprire e chiudere. Fino a che punto? Perché non è lecito pronunziare Maddalèna, anzi Maddalana come molti filodrammatici fanno, si dovrà per reazione spingersi a dire Maddalina? Quale, fra i dieci o più suoni diversi che, secondo mostra Prisciano, ha ciascuna vocale, sarà caso per caso quello che conviene? Soltanto un finissimo orecchio lo può sapere.

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Ma la nostra lettrice non ha finito. E dopo una rinfrescata sulla pronuncia, vuol sapere se non sia errato, come pare a lei, dire «i due coniugi», «i due gemelli». Il numero non è già implicito nella parola? Nel caso dei coniugi, dove viga monogamia, quel due è certamente inutile. Ma quanto ai gemelli, come può una donna ignorare che se ne possono scodellare anche tre, quattro, o come seppe la signora Dionne, addirittura cinque? Qui il numero è tanto poco pleonastico che può mutare la gioia un padre in disperazione, come le levatrici sanno benissimo.

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Leo Pestelli


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