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Un abbonamento sul tronco Firenze-Roma sarebbe un mezzo eccellente Accento e senso - I gemelli non sono sempre due, come le levatrici sanno
La signorina Silvia D.M, di Verona scrive: «Ferdinando Martini diceva che gl´Italiani hanno sempre paura di avere la lingua sporca, ed è vero; ma è altrettanto vero che i loro scrupoli cessano quando si tratta della pronuncia. Quanti sono in Italia che parlano con corretta pronuncia? Ben pochi, a mio giudizio. Questo per giustificare la mia richiesta di volerci indicare se vi sono vocabolarii coi segni fonici…».
Ha ragione; questo è il piede da cui più zoppichiamo. D´altra parte la questione della pronunzia è tale un pecoreccio (e non diciamo tutta la questione, ma anche soltanto la parte di essa che concerne le vocali e e o accentate) da uscirne con la testa rotta. Un buon vocabolario (e consiglieremmo il Palazzi) può farci molto, ma non moltissimo; il linguista, davanti al malato di pronunzia cattiva, fa quel che ogni medico nei casi seccanti: consiglia il cambiamento d´aria. Un abbonamento sul tronco Firenze-Roma, sarebbe il rimedio migliore; se non che questi due grandi centri legiferatori circa il perfetto pronunziare le vocali accentate, rompono il loro meraviglioso accordo (da cui il detto: «lingua toscana in bocca romana») in quasi un doppio centinaio di casi, dei quali i due più famosi sono lettera e colonna, che Firenze pronunzia rispettivamente largo e stretto (lèttera, colónna) e Roma stretto e largo (léttera, colònna).
Che cosa fare allora in questi e negli altri casi di divergenza? Staccare una diramazione per Siena, dove peraltro pronunziasi nève contro Firenze e Roma che concordemente dicono nève? Tornare a casa? No; ma scegliere, secondo talenta, fra pronunzia fiorentina e romana; sempre però badando a non uscire dalle classi colte. Nel Ventennio, quanto tutte le acque si tiravano al Tevere, qualche pressioncella in favore della seconda veniva chiaramente fatta anche da filologi di chiara fama; ma onestamente bisogna riconoscere che anche allora, chi avesse pronunziato fiorentinamente cométa, grégge e mòccolo (contro i romani comèta, grègge e móccolo), la sera dormiva nel suo letto.
La questione dell´esatta pronunzia diventa capitale quando variandola varia il senso della parola. Gli esempii sono moltissimi e noti a tutti (anche se in pratica non si direbbe): cèra (aspetto) e céra (prodotto delle api); pèsca (frutto) e pésca (da pescare); fòro (piazza) e fóro (buco) eccetera eccetera…
Sere fa alla televisione il dicitore, parlando della «Vanoni», pronunziò impóste. Bravo; non dispiaccia a chi avrà sussultato, ma ha fatto benissimo; era l´ora di chiuderle! L´etimologia fa luce: imposte, dal verbo imporre, coll´o chiuso. (Ma il lettore ci perdoni se non gli sappiamo dire perché si pronuncino impòste coll´o aperto quelle della finestra, che pur dovrebbero avere lo stesso etimo. Del resto tutto ciò che attiene alla finestra è diabolicamente doppio nella nostra lingua: imposte, scuri, gelosia…).
Come col fisco, anche con le signore si vada stretti: signòra. E con l´amóre, e con l´atróce, e con la ménta, Si largheggi invece con Alfònso, intònso, precòce, sènza, vèrso, sèmpre, bène, mèglio, cèrto. Ma non ci sono regole? Benché non fosse facile enunciarne in siffatta materia, pure i grammatici ci hanno pensato, e in acconce tabelle stabilito che hanno pronunzia aperta: i diminutivi in ello, ella; i participi e aggettivi in ente; i sostantivi in endo, ense, enza, estre, iere iero iera, occio, occhio, orio, otto, e le parole piane in olo e ola. Che l´hanno invece chiusa le parole formate coi suffissi: esco esca, ese, essa, evole, ezza, mento, oio, one sione zione, ore sore tore, oso; gli avverbi in mente; i diminutivi in etto; l´infinito dei verbi della seconda coniugazione, ecc. Pazzerello è il suffisso -esimo, aperto negli aggettivi: centèsimo, millèsimo, ecc. (ma non in medésimo); e chiuso invece nei sostantivi: battésimo, incantésimo.
Ma è presto detto: aprire e chiudere. Fino a che punto? Perché non è lecito pronunziare Maddalèna, anzi Maddalana come molti filodrammatici fanno, si dovrà per reazione spingersi a dire Maddalina? Quale, fra i dieci o più suoni diversi che, secondo mostra Prisciano, ha ciascuna vocale, sarà caso per caso quello che conviene? Soltanto un finissimo orecchio lo può sapere.
Ma la nostra lettrice non ha finito. E dopo una rinfrescata sulla pronuncia, vuol sapere se non sia errato, come pare a lei, dire «i due coniugi», «i due gemelli». Il numero non è già implicito nella parola? Nel caso dei coniugi, dove viga monogamia, quel due è certamente inutile. Ma quanto ai gemelli, come può una donna ignorare che se ne possono scodellare anche tre, quattro, o come seppe la signora Dionne, addirittura cinque? Qui il numero è tanto poco pleonastico che può mutare la gioia d´un padre in disperazione, come le levatrici sanno benissimo.
Leo Pestelli
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