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L´asino che volava e un motto di San Tommaso

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 2 dicembre 1953


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Infelicità della lettera «q» - Il dubbio di un avvocato - Gala maschile - Consolazioni filologiche per gli idioti e altri ingiuriati
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La q è la più aspreggiata, la cenerentola delle lettere del nostro alfabeto.
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A dirne infelicità, bisogna sapere che come la fortuna di un´attrice si misura dalle lettere che riceve, così quella una consonante dalle volte in cui esce raddoppiata.
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Ora la q non raddoppia che una volta sola in tutta la nostra lingua; nella parola soqquadro.
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E ancora gli si volle amareggiare questa unica soddisfazione, contestandogliene il diritto.
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Se in acqua, si disse, è lo stesso suono che in soqquadro, perchè non adottare una medesima grafia per le due voci, e scrivere socquadro?
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La q si vide persa; quando a difenderne quell´unico caso di raddoppiamento si levò autorevolmente il filologo Bertoni.
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Egli rammentò che la grafia tradizionale soqquadro ha con un´ottima ragione etimologica.
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Soqquadro deriva dalle voci latine sub (sotto) e quadrus.
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«Ora, in tutte le voci in cui sub latino viene a fondersi con un altro elemento, la consonante finale di questa preposizione, cioè la b, si assimila e diviene identica alla consonante iniziale della parola che segue».
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Sub più palco: soppalco; sub più levare: sollevare; sub più borgo: sobborgo.
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Dunque sub più quadro: soqquadro.
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Non si potrebbe dire come la q rimanesse contenta, le feste che fece; e da allora essa ci è rimasta indisturbata, non solo doppia in soqquadro, ma anche scempia in tutte quelle parole da cui i suoi nemici la avrebbero voluta cacciare e sostituire con la c: quanto, cuanto; quale, cuale, ecc.
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Le tradizioni grafiche hanno importanza; e identità della pronunzia non è argomento bastevole a farcele smettere.
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I francesi insegnano; che avendo dovizia di forme per rappresentare il suono dell´o chiuso (póle, épaule, chapeau) se le tengono tutte ugualmente care, ridendosi ogni tentativo unificazione grafica.
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Sebbene in misura minore, la forza delle tradizioni può anche da noi.
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Così uno scrittore toscano degli ottimi, per odio che aveva con h, decise per conto suo di sopprimerla dal verbo avere; e durò, e forse dura ancora, a scrivere ò, ài, à, ànno, aiutandosi con gli accenti.
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Ma il suo esempio non è stato seguito.
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Parimente, benché la i di scienza e di coscienza venga assorbita nel suono sc che la precede, essa continua a rimanere nella grafia comune, e così sia sempre; e sufficiente e sufficientemente scriva chi vuol far bene.
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Ma a proposito del gruppo sc, un avvocato piemontese, caro amico nostro, essendo da tempo convinto che bisogna pronunziare scentrare, scervellato, scerpellone, al modo medesimo che si pronunzia scena, scempio, scegliere, ecc., pure non appariva persuaso.
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E domandandogli noi che cosa lo tenesse sospeso: il timore, disse, se così avesse pronunziato, di apparire ridicolo al giudice e al collega di parte avversa.
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A questo siamo nella terra dell´Alfieri, del De Amicis, del Faldella e del filologo Giuseppe Grassi, autore un Saggio intorno ai sinonimi di cui il Tommaseo faceva il massimo conto.
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Il gruppo fonetico s-c è del dialetto (s-ciopa!), non della lingua italiana; e si faccia pur sorridere, si perdano le cause, ma si pronunzi sc-entrare e non s-centrare, sc-ervellato e non s-cervellato, in pace con le ombre dei nostri maggiori.
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Basti questo per mettere appetito intorno a questioni grafiche e fonetiche alle quali torneremo; e guardiamo a Sanremo, terra di gala, o galà, dove alcuni giovani lettori si struggono di sapere se detta voce sia, nell´uso moderno, maschile o femminile.
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Per noi, sebbene non ne abbia aria, è voce maschia.
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Il femminile gala scaldandosi nel lungo camminare che ha fatto, avrebbe cambiato sesso.
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Da striscia di trina o stoffa che si mette ai vestiti per ornamento, è passata a significare un abbigliarsi, un vestirsi con eleganza (essere, mettersi in gala), e poi per naturale trapasso, tempo, luogo, occasione per isfoggiare.
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Onde giorno, pranzo, carrozza di gala e persino di mezza gala; ricevimento di gala, e anche assolutamente gala, per ricevimento di cerimonia, con vestiti, quasi da maschera, richiesti a ciò.
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Un esempio del Petrocchi decide circa il genere: «la prima domenica di quaresima è il gala».
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Se maschile in quaresima e per corso di equipaggi, di carnevale e applicato a feste di ballo, gala lo sarà due tanti: dunque, il Gala del Bianco e del Nero.
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Un altro lettore non chiede, si sfoga.
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Contro la voce dietro, che vede usata pessimamente.
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Dietro quanto mi è stato detto
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Dietro le sue istante, gli fu concesso e simili, sono davvero modi tanto brutti quanto usitati; da sostituire con: Per quello che mi è stato detto
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Alle sue istanze gli fu concesso
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Ma quand´egli involge nella sua esecrazione le espressioni esser dietro a una cosa, esser dietro a fare alcuna cosa, commette lo stesso errore in cui cadde la Crusca, quando un giorno di cattivo umore, le definì «tutta roba da idioti e inelegante».
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Inelegante può essere; da idioti no, se quei modi usarono il Varchi, il Vasari, il Vettori e altri scrittori che fanno testo in cose di lingua.
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Ma basterebbe il più stilista di tutti, il Caro: «Son dietro a fare che Monsignore abbocchi con questi nobili».
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Con questo esempio, chi è dietro a conquistare una donna maritata, può temere soltanto del marito: grammaticalmente, ha le spalle guardate.
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Idioti!
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Si noti come la Crusca, anche quando ingiuria a torto, lo faccia però sempre propriamente.
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Idiota, nella sua prima accezione: senza lettere.
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Un idiota, a rigore e a sua consolazione, potrebbe anche essere una persona intelligente.
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Purtroppo oggi gli epiteti ingiuriosi si versano male, specialmente dai ragazzi e dai giovani, che pur ci hanno (o appunto perché ci hanno) tanta vocazione.
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Cretino.
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propriamente il cristianello, il semplice, innocente.
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Un giorno un frate che voleva far lo spiritoso, disse a San Tommaso: «Toh! Un asino che vola!».
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Il filosofo affacciò e non vide nulla, tra le risate dell´altro che poi gli domandò come mai un uomo della sua mente avesse potuto credere a una cosa simile.
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E Tommaso: «Mi è più facile credere che un asino voli, anzichè che un frate non dica il vero».
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Ecco il cristianello; ecco, diciamo pure; il cretino.
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Ora chi non vorrebbe esserlo in quella compagnia?
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La filologia consola di molti vituperii; e mascalzone, lazzarone, farabutto, scemo, imbecille e le altre molte voci ingiuriose di cui abbonda la nostra lingua, hanno il loro bello e la loro convenienza.
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Troppo gioca fra i contemporanei la voce oscena e dialettale di fesso.
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Anche in questo campo si parla sfocato, e con soverchio ricorso a metafore che non sono nell´indole del nostro idioma.
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La signorina moderna prima liquida il fidanzato, poi spiega alle amiche che era un uomo troppo limitato.
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La prima metafora è tolta abusivamente dal linguaggio commerciale; la seconda è il francese borné.
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Limitato è un campo, uomo è di mente corta o ristretta o piccina.
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Il fidanzato veramente italiano rifiuti quell´aggettivo oggi tanto in voga; e se ci ha letto, gli preferisca addirittura cretino.
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Leo Pestelli

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