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L’onore degli altri

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 1 gennaio 1954


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La signora X ha degli amanti o appena tre o quattro? - Risparmio di tempo e d’inchiostro - Due forme per tenere il marito in casa L’ultimo spiraglio

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Fra i buoni proposti per anno nuovo ci sia di smettere, anzi di dismettere che significa abbandono più intero, tre abusi contrari all´indole di nostra mamma Lingua, venutici per una delle solite inframmettenze della zia di Francia.

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Il primo è l’abuso degli articoli partitivi del della, dei delle; che il cadente anno ha lasciato correre come e forse più dei precedenti. Codesti articoli, che al singolare si tolgono per significare una parte o quantità indeterminata una cosa («cominciò ad aspettare che le giovani gli gettassero del pesce», Boccaccio), al plurale un numero indeterminato di cose separatamente prese da un dato genere («Lo zelo fa dei nemici», Manzoni); che, sebben di rado, pur si trovano usati anche dopo le preposizioni con, a e per («con tal parole e dell´altre assai». Berni; «Diede di piglio a de´ sassi», S. Gregorio; «Son venuto per del pane», Caro), differiscono dai pronomi un poco, qualche, alcuni e sim, perché sono più indeterminati; e appunto nel non tener conto di questa differenza, consiste il moderno abuso».

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Lasciamo il marchiano: «la tale ha dei begli occhi», quasi non si sapesse che ne ha due; ma con la leggerezza e facendo a palla dell´onore altrui, affermiamo che la signora X ha degli amanti, ove si sappia che ne ha appena tre o quattro, cioè qualche, alcuni. Più lo scrittore è buono, più è parsimonioso di questi partitivi; e le moltissime volte che sono inutili, lo sente, e applicando la buona regola suggerita dal Migliorini, li salta. Ma per il francese che romba negli orecchi, la maggioranza li semina nuocendo alla snellezza del dire. E niente più di questi inutili partitivi (« predicare come dei doveri quelli che sono dei semplici istinti») fa segno di un italiano infrancesato.

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Il secondo abuso è quello dell’egli, dellio e di altro pronome personale innanzi alle persone del verbo, quasi che la lingua italiana, più conforme in questo al greco e al latino che al francese, all´inglese e al tedesco, non si possa sottrarre a questa servitù. Il pronome innanzi alla persona del verbo è un’arma da serbarsi a certe circostanze, a certe sfumature; un´arma che si spunta a usarla troppo. La moglie italiana ha due forme per tenere il marito in casa: «Ti proibisco uscire», e «Io ti proibisco uscire». Chi non sente che la seconda proposizione, sebbene di giro più agiato, è più stringente, perentoria della prima? che rampolla più dal fondo della volontà? che chiude anche ultimo spiraglio? Parimente, dovendo mettere in contrasto due proposizioni, uso del pronome è sacrosanto: Io piangevo ed ella rideva. Ma in tutti gli altri casi, sempre che il senso soccorra, si può far di meno del pronome personale con risparmio di tempo e inchiostro.

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Terzo abuso è quello dei possessivi dichiarati superflui dal senso della frase, i molti mio, suo, nostro, loro ecc. di che imbottiamo, sempre per simpatia col francese, discorsi e scritti, «Dionigi, non trovando il suo cappello, bastonò sua sorella». Ecco due possessivi che non fanno ficcano. Cappello e sorella sono cose personali, che ricadono naturalmente al soggetto; onde: «D., non trovando il cappello, bastonò la sorella» è anche troppo chiaro.

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Da questi ripieni ci guarderemo, e per converso integreremo certe lacune che la nostra lingua sopporta male. Sono falsi risparmi: successo, usato in senso assoluto per buono, lieto, felice successo, e non avere successo per averlo cattivo, tristo, infelice; tipo (è un tipo!) senza specificare se bello, brutto o come; e così qualità, classe, gusto e altrettali parole che hanno bisogno di determinazione e alle quali si vuol dare per forza un senso determinato. Non scusa quest´abuso agli occhi dei puristi il fatto che quando diciamo: un barbiere di qualità, un artista di classe, un critico di gusto, tutti capiscono perfettamente quello che vogliamo dire: persino loro!

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Ai lettori. Tale che ci ha letto sul plurale dei nomi composti vorrebbe sapere come regolarsi coi nomi proprii di persona risultati dall´accoppiamento di due nomi. Dovendoli per enfasi o altro (tutto può accadere) voltare al plurale, ci pare debbasi, per analogia coi nomi composti di due sostantivi dello stesso genere, mutare la desinenza soltanto del secondo, e pertanto dire: le Annamarie mi rimasero sempre indigeste; alla larga dai Gianpaoli; morte alle Rosalbe, e così via.

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Un altro sarcasticamente domanda se in Italia esistano ancora i sudditi, parola da lui letta su certi cartelli una Mostra «allestita per istruire gli Italiani». Se suddito vale sottoposto ad autorità sovrana, temiamo che la parola si mantenga anche in repubblica. Il più lusinghevole cittadino urta nella difficoltà di doversi estendere anche ai campagnoli. Del resto il Tommaseo toglie tutte le illusioni: «Suddito: quegli che è sottoposto a signoria di Principi o di Repubbliche o di Signori». Bisogna striderci.

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(Anno che passa, neologismo che resta: netturbino, per addetto al servizio della nettezza urbana, sbocciato a Roma).

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Leo Pestelli


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