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Tra bambacioni e facce di tolla

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 9 giugno 2012
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page6
Column1.6


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Come i dialetti hanno «cospirato»
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a comporre una lingua nazionale
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Scriveva Foscolo nelle sue pagine Sul testo del Decamerone che «i dialetti diversi hanno perpetuamente cospirato a comporre una lingua letteraria e nazionale in Italia» (una lingua - proseguiva - «non mai parlata da veruno, intesa sempre da tutti, e scritta più o meno bene secondo l’ingegno, e l’arte, e il cuore più che altro degli scrittori»).
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La lingua italiana si è immersa in un bagno generale di dialettalità, traendo man mano a uno stuolo di nuovi parlanti.
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È stato soprattutto l’italiano colloquiale e gergale ad arricchirsi di parole prese di peso dal dialetto.
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Per venire a tempi più vicini, penso soltanto alle romanesche del dopoguerra come abbozzare «subire, tacere», bambacione «persona tranquilla, pacioccone», tamarro «ignorante, burino», e un fracco di invece di «un sacco di», sfangare «cavarsela», una sleppa «un colpo», toppare «sbagliare» e tantissime altre.
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Ogni regione ha contribuito di suo.
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Dal piemontese probabilmente arriva la locuzione, prima dialettale poi italiana, a bocce ferme, legata a un gioco diffusissimo nella nostra regione, dove a boce ferme vuole dire che bisogna aspettare che la boccia sia ferma prima di decidere di chi è il punto, che occorre cioè una situazione definita prima di pronunciarsi su chi ha il vantaggio.
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Dal milanese invece giunge l’espressione prendere una scuffia, cioè un’ubriacatura (a meno che non derivi dalla «scuffia» della barca che si capovolge).
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Ancora dai dialetti
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Da ogni regione un contributo: «a bocce ferme» è un piemontese invito alla cautela
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settentrionali viene tolla «latta», in faccia di tolla, presente da lunga data nei gerghi.
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Nella nostra regione tanti modi di dire dialettali sono quasi scomparsi.
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Io avevo poca predisposizione per i lavori manuali (in casa se la cavava meglio mio fratello), e ricordo che di un qualche lavoretto domestico mal riuscito mio padre diceva che era un travai del pentu, «del pettine».
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Lessico familiare
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Ho appreso in seguito che l’espressione risaliva al napoleonico regno d’Italia, quand’era in circolazione una moneta di scarso valore che portava sul recto la testa imperiale e sul verso una corona che a prima vista sembrava un pettine!
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Oggi dei dialetti stiamo quasi perdendo le tracce, e chi li ama teme il giorno, anche se lontano, in cui saranno pochi a parlarlo.
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Le nuove generazioni, salvo eccezioni, lo conoscono ogni giorno sempre di meno.
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Eppure si dice che il dialetto sia più espressivo.
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Non è vero.
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Ma è comunque di largo uso familiare e affettivo.
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Fa un piacevole effetto sentir chiamare (cito il Varesotto, tanto per fare un esempio) scigulín «cipollino» un bambino tondo e grazioso.
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Con tutto ciò sappiamo bene che il dialetto accanto ai vantaggi procede con tanti
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Dal Varesotto arriva scigulín, ossia «cipollino», un bambino tondo e grazioso
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freni.
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In dialetto non si può dire «amore mio», o «tesoro» (anche se in siciliano puoi dire a un piccolo «fiato del mio cuore»).
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Nessuno direbbe mai in dialetto, si potrebbe, «sono innamorato» (tantomeno «follemente») «di te» e simili.
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