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Media, invenzioni d’autore, anglismi
hanno cambiato il “neoitaliano”
Nel suo ultimo libro (Eccessi di parole, Cesati ed., 2012) Vittorio Coletti colloca nella seconda parte pagine impegnate con passione e alta competenza intorno agli eccessi di lingua che la società condanna e la politica ha negli ultimi anni esaltato e manipolato.
Il libro comprende anche, nella prima parte, un «Museo di parole perdute», capitolo dedicato alle parole che l’italiano ha perso per strada lungo il suo lungo cammino. Un’infinita teoria di condannati, o di abortiti: dal verbo «salvare» s’è perduto salvanza, da «scappare» la scappatura cinquecentesca, e si sono perduti tan-
Il 70% dei neologismi della nostra lingua sono prodotti della seconda metà del Novecento
tissimi doppioni fonologici (ufficio e non più uffizio, giovane e non più giovine). Se aprite un grande dizionario potrete notare la quantità di forme comatose, ivi indicate come «obsolete», arcaiche, e non più in uso. Ma ben più grande il numero delle decedute. Basterebbe pensare a come, con la perdita del prestigio che nei primi secoli aveva il provenzale, sia stata falcidiata la bella famiglia dei sostantivi in -anza (accordanza, allegranza, perdonanza ecc.) che popolava le nostre prose e i nostri versi.
Al capitolo dedicato alla morte Coletti fa immediatamente seguire un capitolo sulla vita, sul rinnovo. A parte il ricco apporto dei secoli passati, è dal Novecento, in particolare a partire dagli anni sessanta che in Italia tutto cambia, esplode il «neoitaliano» che dispiaceva a Pasolini, e negli anni ottanta il fenomeno si fa vistosissimo.
Molte le parole occasionali, moltissime le effimere, invenzioni d’autore, e le parole straniere, soprattutto anglismi. Comunque, nella enorme banca dati del Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro, circa la metà (esattamente il 48,43%) del totale, sono acquisizioni del XX secolo e nella banca dati del Sabatini-Coletti quasi il 70% dei neologismi sono prodotti del secondo Novecento.
Molti dei neologismi non hanno però avuto futuro, e per varie ragioni (per esempio, il terreno politico fu più propizio a pacifismo, che cacciò disarmismo). Alle voci azzardate Coletti dedica ancora il capitolo «Parole senza fortuna». Tra esse naturalmente quelle legate a precisi momenti storici (come glasnost, perestrojka) o inventate sul momento ma rifiutate dall’uso (per esempio il bellissimo vidiota, sull’inglese vidiot, riferito all’idiota che consuma il suo cervello davanti al televisore, oppure rompiscatolismo, menopausico, mezzacalzetteria, battutiero, blablare, incavolabile, invenzioni di giornalisti vivaci). Tutte parole «esodate», per dirla con neologismo dell’ultima ora.
A proposito, speriamo che quest’ultimo rientri presto nell’«Ospizio di parole perdute» (rubrica di «Lingua nostra») o nel ricco capitolo sesto del libro di Coletti, «Un secolo di parole mancate», le parole precocemente venute meno al punto da non essere mai entrate nei dizionari.
gianluigi.beccaria@unito.it
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