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Non è tutto oro quel che è “basic”

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 7 aprile 2012
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page6
Columncol.1-2


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Sulla proposta del ministro
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di favorire corsi universitari in lingua
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Oggi l'inglese è la lingua egemone, è il «latino» che si adottò sin dal Medioevo nelle università d'Europa come lingua universale, la lingua che i dotti devono sapere.
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Vedo che nella valutazione dei «prodotti» scientifici vale il principio (inaccettabile) che una pubblicazione scritta in inglese, non dico ovviamente di fisica o di medicina ma sull'Ariosto o su Primo Levi poniamo, vale molto di più di quella scritta in italiano.
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Ma veniamo all'oggetto del contendere.
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Il ministro Francesco Profumo ha deciso di favorire in Italia corsi universitari in inglese.
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In risposta a un intervento negativo (quanto alla scelta anglofona) di
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Puntare su una lingua sola della scienza può portare a un declino dei saperi diffusi
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Tullio Gregory, Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano, ha annunciato sul «Corriere della Sera» che nel 2013 i corsi del suo Ateneo per la laurea magistrale e per il dottorato saranno tenuti esclusivamente in inglese.
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Del tema si discute moltissimo in questi giorni.
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Se ne discuterà all'«Accademia della Crusca», e ne discutono gli storici della lingua.
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I difensori dell'inglese sostengono che la lingua non è un fine, ma un mezzo, che l'inglese, in un ambiente «globale», serve a formare professionisti in grado di trovare un lavoro in Europa o fuori Europa, di lavorare senza difficoltà di comunicazione a contatto con persone di differenti culture e lingua, e che con l'inglese gli scambi si fanno sempre più fluidi, si facilita di molto la mobilità degli studenti e dei ricercatori.
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Tutto verissimo, e sacrosanto.
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Ma i difensori dell'italiano (già seriamente preoccupati del fatto che nelle nostre scuole la capacità di capire un testo scritto è sempre più ridotta) osservano intanto che il problema non è linguistico soltanto, bensì politico-culturale.
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Il nostro mondo non è fatto soltanto di bravissimi e benemeriti «bocconiani» e «normalisti».
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La cultura che una università trasmette non deve limitarsi a valorizzare e generare soltanto le positive «eccellenze» tecniche.
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La «crescita» di un paese è ancora come sempre legata alla creatività, all'educazione della persona e del cittadino anche meno fortunato.
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Trascurare l'insegnamento della nostra lingua nazionale separerà sempre più il contenuto dei saperi dalla lingua materna, da rottamare tra le cose inservibili.
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Se nel volgere di pochi decenni la lingua italiana si troverà mutilata e inadatta alla trasmissione della scienza e della tecnica, ci saranno delle conseguenze negative sulla possibilità pubblica di comprensione del sapere.
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Se puntiamo su una lingua sola come lingua della scienza, assisteremo a un declino rapido dei saperi diffusi.
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Non vorremmo proprio che mancassero all'italiano le parole per parlare di scienza.
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Pochi «duci» validissimi, preparatissimi, privilegiati (ma sradicati) guiderebbero col loro inglese basic «legioni» di sprovveduti.
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La massa degli «sfigati» andrà aumentando a dismisura.
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gianluigi.beccaria@unito.it
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