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Manzoni, la bella lavanderina

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 24 marzo 2012


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Cari studenti: quando il divertimento
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nasce dall’inconsapevolezza
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La barzelletta è un vero e proprio racconto.
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L’arguzia invece non ha struttura narrativa, è un’asserzione il cui effetto dipende dall’efficacia della sorpresa, secondo un gioco che consiste nel far deragliare a un certo punto gli elementi verbali o concettuali, farli arrivare a un punto di divaricazione nettamente bipartito, per cui appena vengono associate due matrici abitualmente incompatibili, scatta l’intelligenza della trovata spiritosa.
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Cesare Segre raccontava del grande linguista russo Roman Jakobson, perennemente in viaggio tra Europa e America, il quale per giocosità verbale e senso polemico contro i formulari che ogni volta gli toccava compilare al ritorno negli Stati Uniti, alla domanda sullo «stato civile» attestava il suo essere «poligamo diacronico e monogamo sincronico».
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Ma talvolta il divertimento nasce dall’inconsapevolezza.
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Mi scuso in anticipo con chi si dovesse eventualmente riconoscere nella citazione (assicuro che per par condicio rimanderò in una prossima occasione a siti vari che raccolgono gli strafalcioni dei professori), ma non posso nascondere l’ilarità di quando a un esame, alla domanda chi fosse nel verso di Gozzano quel «Loreto impagliato» messo nel salotto tra le cose di pessimo gusto, lo sventurato rispose che doveva essere «il santuario di Loreto»; o quando al «che cosa sono le comunicazioni di massa» lo sciagurato rispose...
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«il treno».
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In altra occasione toccò a Manzoni, le cose non andavano nel verso giusto, e allora ci stavamo accontentando di un «mi dica quello che sa sui Promessi Sposi», ma all’esordio «Manzoni sciacquò i panni in Arno», non mi trattenni dallo sbottare «E che è, la bella lavanderina?».
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Me ne scuso, alla distanza, ma addio davvero a ogni ludismo verbale, o motto di spirito!
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Dell’ignoranza non si dovrebbe ridere, ma come si fa quando uno studente (è capitata anche questa, a una collega romana) ti comincia a parlare dell’«elsiuone» di D’Annunzio (che sarebbe poi l’Alcyone), o quando un buon giovane dei nostri esordì parlando del «lessico sopraelevato» di Petrarca (e che! lo elaborava in soppalco?).
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Petrarca, chissà perché, attiva negli studenti la più scatenata fantasia combinatoria: c’è stato un giovane che a domanda rispose che la lingua del Nostro è «piena di euforismi» (espressione tecnica assolutamente corretta), e alla richiesta di spiegare che cosa fossero aggiunse che li usava «perché era contento di essere tanto innamorato di Laura, e quindi la sua lingua diventava euforica».
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Ce n’è stato un altro che venuto a discorrere a proposito di un testo, non ricordo quale, dove compariva la forma «in Ispagna» prese a dire che trattavasi «della famosa i prostatica».
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Ancora sulla lingua italiana e le sue varietà un altro (non sto inventando) prese a parlare con disinvoltura della «varietà diamesica» (benissimo), della «diastratica» (bene), e concluse che la più importante però era l’«afasica».
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Non so invece se sia vera quella risposta che da un po’ gira per l’Italia, sull’esaminando che alla richiesta di qualche indicazione bibliografica su Manzoni rispose che non esisteva nulla!
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Aveva letto sul manuale che «la bibliografia è sterminata».
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Distrutta, forse tra le fiamme di biblioteche andate a fuoco.
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gianluigi.beccaria@unito.it
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