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Com’è noioso quel filósico

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 10 marzo 2012


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Come si trasformano le parole dotte
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quando vengono adottate dai dialetti
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Latino» significa nei nostri dialetti scorrevole, o irriguardoso (in Lombardia e nel Veneto ladin de boca, a Bologna ladein d lengua), oppure manesco (ladin de man ancora in Lombardia e nel Veneto) o spendaccione (a Como ladin de borsa). Leggo poi in un dizionario dialettale che nelle campagne di Avellino filósico «filosofo» indica la persona bizzarra o noiosa. Questa è la sorte che tocca a molta parte delle parole dotte quando sono adottate dai dialetti.
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Tra gli incolti molte delle parole che designano attività intellettuali assumono un significato negativo.
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Il calabrese litraru, letterato alla lettera, significa poltrone, vagabondo, goloso, sporco, attaccabrighe; il laziale depegne, dipingere alla lettera, significa condurre una vita oziosa, secondo una considerazione popolare dell’arte della pittura.
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Basti ancora vedere i significati che popolarmente sono stati conferiti a «poeta», richiamati del resto in un notissimo passo del cap.
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XIV dei Promessi sposi («To disse Renzo: è un poeta costui»; «presso il volgo di Milano, e del contado ancora più», continua Manzoni, poeta «vuol dire un cervello bizzarro e un po’ balzano, che, discorsi e fatti, abbia più dell’arguto e del singolare che del ragionevole». A Milano vess on poeta vuol dire essere un tipo singolare, in piacentino pueta è la persona strana, saccente, presuntuosa, idem tanto a Parma come in Irpinia come a Messina. Si tratta di slittamenti di significato che sottolineano con la diversità di cultura la diversità del punto di vista. Si vedano i significati negativi che ha la voce «grammatico» in vari dialetti. E si potrebbe continuare, osservando i significati dialettali di «retorica», di «logico», di «teologo», e anche di «geometra» (il sic. gimitriari, denominale di geometra, indica il farneticare, il macchinare qualcosa di strano...).
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Vedo che a Milano nel secondo Ottocento italian aveva un significato metaforico di astuto, drittone, furbacchione.
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Ancora un «punto di vista», ma in questo caso frutto di ostilità e delusione nei confronti dell’appena fondato Stato nazionale.
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Dobbiamo qui trasferirci in un contesto antirisorgimentale particolarmente vivace nell’Ottocento nel Lombardo-Veneto, spesso
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Il calabrese litraru, letterato alla lettera, significa poltrone, pueta, poeta, sta per strano in piacentino
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per il tramite anche di patrioti delusi.
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E ad un tempo pensare alla storia secolare di estraneità tra regione e regione.
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Molto istruttiva al riguardo è la storia di «italiano» e derivati ripercorsa nei minimi particolari da Lorenzo Tomasin nel recente libro Italiano.
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Storia di una parola, Carocci editore.
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Nel libro di Tomasin vediamo che il verbo «italianizzare» nei vocabolari dialettali del secondo Ottocento, dal Piemonte alla Sicilia, allude regolarmente a un’affettazione di modi «italiani» percepiti come estranei, innaturali, dando così voce a un sentimento negativo dell’identità nazionale, quella che ha percorso spesso la cultura del tempo.
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gianluigi.beccaria@unito.it
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