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Quanti pregiudizi sui critici-scrittori

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 28 gennaio 2012


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Ammiro chi sa fare più di un mestiere
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lo studioso che diventa poeta
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C’è un pregiudizio su critici, filologi, linguisti, sui professori insomma che a un certo punto della loro vita pubblicano un romanzo o una raccolta di versi.
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Tralascerebbero il loro mestiere per farne uno che non sanno!
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Io non ho come tanti di questi pregiudizi.
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Anzi, sono persuaso che chi scrive abbia il dovere intrinseco di non essere autore di un solo genere, ma che sia opportuno che in quanto persona che lavora su e con le parole debba cimentarsi con qualche altra forma di scrittura.
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Può così dimostrare, se vuole, la maestria che ha di misurarsi nell'usare in proprio i ferri del suo mestiere, le parole.
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Quei professori non scriveranno magari un capolavoro di romanzo o di poesia, ma intanto la loro sfida, se non sarà di valore assoluto, lo sarà certamente di esperienza, perché ogni variazione di forma giova oltre che all'autore, spesso anche al lettore.
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Faccio il caso di due tra miei amici più cari e stimati.
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Uno è Magris.
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È un critico o uno scrittore?
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Col tempo è diventato scrittore, soprattutto.
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Ma forse non si sente etichettabile come tale.
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Anche perché, quando fa il critico, si comporta da scrittore: trovo che come critico gli importi di più farci trovare negli autori che commenta le figure cangianti dei sentimenti e della vita, della nostra felicità o della nostra malinconia, della nostra fedeltà o del nostro disordine, così come cerca di fare (e ci riesce) coi personaggi dei suoi romanzi.
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Altro amico che io ammiro moltissimo è Enzo Mengaldo, storico della lingua, filologo, critico letterario, ma insieme uno di quei rari studiosi che sanno muoversi con singolare efficacia in terre non loro, abbandonando i criteri (gli impacci?) di una stringente professionalità.
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Penso alle sue incursioni nel campo della letteratura francese, o della storia dell'arte.
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O penso a una sua intervista (uscita quasi alla macchia: ed. I nuovi Samizdat n. 43, 2006), nella quale le pagine più belle sono a mio avviso non quelle che egli dedica alla lingua e ai poeti, ma a Verdi e a Mozart.
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Da ultimo, quando ho letto La vendetta, racconto, testimonianze e riflessioni sulla Shoah, ho pensato che il filologo Mengaldo non sia da meno come storico.
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Insomma, ammiro chi si fare più di un mestiere.
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È il caso di Raffaele Simone, notissimo linguista, rivelatosi negli anni passati profondo conoscitore della realtà politica e sociale contemporanea, e ora svelatosi raffinato narratore nel suo romanzo Le passioni dell'anima (Garzanti editore) dedicato agli ultimi mesi di vita di Cartesio; ed è anche il caso di Natale Tedesco, critico letterario di professione, ed ora autore di una raccolta di versi assai belli (In viaggio, Aragno editore): lungo la «discreta insistenza degli anni» Tedesco ha continuato a fare il mestier suo, a svelare il suo tenacissimo amore per la parola.
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gianluigi.beccaria@unito.it
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