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In principio era debole, è diventato imbecille

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 13 agosto 2005


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Anche le parole a volte tendono al peggio, assumono significati negativi: tra gli esempi, villano e protestante, picciotto e aguzzino
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LE «parole in corso» cambiano, non rimangono sempre le stesse quanto al significato.
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O si deteriorano, oppure il loro moto inclina verso evidenti attenuazioni, indebolimenti.
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Molte hanno oggi un significato assai meno forte di quello che avevano un tempo: per esempio, l’it. manía, arrivatoci dal greco con intermediazione del latino, indicava un’affezione patologica, nel linguaggio dei medici significava «follia, delirio»: poi, passando al linguaggio comune, manía è stata applicata a ogni leggero stato anormale, e il suo senso si è ammorbidito, indicando semplicemente un’inclinazione verso l’esagerato, l’eccessivo.
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Il movimento del significato muove spesso verso il peggio.
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Si pensi al valore negativo, ostile che nel Seicento fu dato alla parola protestante, il cristiano ribelle alla Chiesa di Roma; a villano l’abitante della campagna, il contadino, ma poi «persona rozza e incivile».
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Imbecille in origine voleva dire semplicemente debole, fiacco, così come deficiente «mancante» (perché ha perduto le forze, sta per venir meno).
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Altri peggioramenti: domestico, che prima di indicare il servitore voleva semplicemente dire «familiare» («Aristotele era domestico di Alessandro»); oppure picciotto, la persona che nella gerarchia mafiosa occupa il grado più basso, e che in origine era soltanto il soprannome dei giovani siciliani che nel 1860 si aggregarono come volontari ai mille di Garibaldi per cacciare i Borboni dalla Sicilia.
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Peggio è capitato ad aguzzino, dall’arabo al-wazir, «visir»!
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Il percorso appena accennato non è certo obbligato.
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IL cambiamento di significato non è prevedibile.
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Specie se si tratta del lessico intellettuale, su cui incidono le ideologie nuove, i movimenti del pensiero.
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Un caso solo: artificio, artificioso, usati positivamente sin dal sec.
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XIII.
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Ma poi il senso si degrada.
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Nel sec.
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XIV artificio era ancora qualsiasi espediente abile e ingegnoso che sopperiva le deficienze della natura, ne migliorava il risultato, l’apparenza, l’effetto, ciò che era fatto con arte, artificiale il «prodotto con artificio» (i fuochi artificiali).
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Quando si comincia a pensare che l’abilità ha per fine quello di falsare le cose, allora l’opera si comincia a dire artificiosa, come se contenesse dentro l’idea di un inganno.
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gianluigi.beccaria@unito.it
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