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La lingua dei medici predilige parole che non sono necessarie alla precisione, indicano piuttosto uno stile, una voluta «separatezza»
SBRIGO un po’ di posta. Mi scrive un lettore di Mestre, Giorgio Alfano: dice di amare molto il suo dialetto e moltissimo la lingua italiana, ma trova insopportabile l’inglese, “lontanissimo” dalla nostra lingua! L’inglese non ha certo bisogno di una mia difesa. Ma “lontano” dalle lingue romanze proprio non lo direi. Sono innumerevoli gli apporti del latino all’inglese. Ricordo alla svelta street da strata, wall “muro” da vallum “palizzata”, cheese da caseus, wine da vinum, cup da cuppa “grande vaso di legno”, pillow da pulvinus, kitchen da coquina, dish “piatto, vassoio” da discus, per il costume romano di portare apparecchiate, già servite, le vivande davanti al convitato e portar via il vassoio con gli avanzi a fine pasto. E tra i toponimi, numerosi sono gli ibridi germano-latini, dall’aeroporto di Gatwick, composto di gat (da goat “capra”) e wick, da vicus “villaggio” o “fattoria”, come in Cowick, Buttewick, Chiswick, Honeywick, Bewick, Fenwick.
Una lettrice di Messina mi spedisce una e-mail lamentando la diversità del linguaggio della medicina dal linguaggio corrente. È vero, la lingua dei medici non solo ha le “sue” parole ma anche una morfosintassi singolare. L’amico Luca Serianni faceva notare recentemente tutta una serie di “tecnicismi collaterali”, vale a dire quelle parole che sono proprie della disciplina, ma che a differenza dei tecnicismi specifici non sono indispensabili alla precisione, rispondono piuttosto all’esigenza stilistica di «mantenere al discorso settoriale un certo grado di specificità e di separatezza rispetto al linguaggio comune»: penso a urine invece di urina, o a massivo, severo, complicanza; quanto ad aspetti di microsintassi, c’è il da causale (“edema da malnutrizione” e non “causato da”), l’a modale (”a decorso lento”, “a carattere epidemico”), l’a carico di (“a carico del sangue”), a livello di (“a livello gastrico”), ecc.
Chiudo con il gentile Carlo, un lettore di Genova, mi fa dei complimenti, mi dice che scrivo bene. Ahimè, quando qualcuno te lo dice, è segno che ormai stai scrivendo vuotaggini! Un po’ come quando gli amici cominciano a complimentarsi per la tua aria giovanile: puoi stare certo che pensano che stai invecchiando.
gianluigi.beccaria@unito.it
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