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Non scelse il latino, allora la lingua “normale”, pratica, per avere materia vergine da plasmare, sperimentare: nasce di qui la sua poesia, modello di arte-lavoro
QUESTO è l’anno del Petrarca. Se ne parlerà in tutto il mondo per il centenario. Petrarca è uno dei padri della lingua italiana, della poetica in particolare. Ha dimostrato, diversamente da Dante, che poesia è arte che può vivere fuori della storia, tutta in uno spazio della coscienza interiore. L’eccezionalità del Canzoniere sta nel fatto di essersi imposto come un laboratorio di una attività eminentemente linguistica e formale piuttosto che come specchio di un momento storico. L’opera ha seguito un suo disegno astratto, come quello musicale, come arte-lavoro, puro lavoro e rielaborazione, quel “labor improbus” che vuole dal lettore dedizione totale. C’è un passo delle Familiari (XIII, 5, 23) in cui Petrarca scrive (cito in traduzione): «Io voglio che il mio lettore, chiunque egli sia, pensi solo a me, e non stia a pensare alle nozze della figlia, alla notte che ha passato con l’amante, alle trame dei suoi nemici, alla causa in tribunale, alla terra o ai solidi, e almeno mentre legge voglio che sia solo con me», questo lettore, continua, «non voglio che si impadronisca senza fatica di ciò che non senza fatica io ho scritto».
La lingua della lirica petrarchesca ha avuto corso eccezionale in tutta Europa. Una fortuna straordinaria, perché si è proposta come esemplare di poesia in assoluto, che ha guardato poco alla realtà e alla vivezza di una lingua effettivamente parlata. E l’hanno ben detto quanti l’hanno proposta a modello. Pietro Bembo lo proclamò classico, come Virgilio, Cicerone, Omero, Demostene, «i quali tutti, non mica secondo il parlare, che era in uso e in bocca del volgo e della loro età, scrivevano, ma secondo che parea loro che bene lor mettesse a poter piacere più lungamente. Credete voi che se il Petrarca avesse le sue canzoni con la favella composte de’ suoi popolani, che elle così vaghe, così belle fossero come sono, così care, così gentili?».
Per il Canzoniere Petrarca sceglie il volgare, e non il latino, perché il volgare allora, diversamente da ora, non era passibile di usi pratici. Per Petrarca la lingua “normale” era il latino. Il volgare invece aveva dalla sua la possibilità di essere “inventato”, “esperimentato”, “lavorato”, come una materia vergine, tutta da plasmare.
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