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Le parole importate non inquinano ma arricchiscono. Scriveva Cesarotti nel ‘700: «L’Europa tutta nella sua parte intellettuale è ormai divenuta una gran famiglia, con un patrimonio comune»
LE parole straniere inquinano. Questa la solita solfa. Vorrei però ricordare che la capacità che una lingua ha di assimilare parole altrui è indice di buona salute. Giustamente la posizione di fronte alle parole di origine straniera è cambiata negli ultimi cento anni. Non abbiamo più gli scrupoli puristici di eredità ottocentesca che ancora si facevano sentire nella prima metà del Novecento.
Pensiamo alla comunità scientifica, che mutua continuamente concetti e parole da altre lingue, oggi dall'anglo-americano. Una cosa è la lingua comune, un'altra la lingua scientifica. La separazione tra le due, in Europa risale all'antichità classica, quando il latino, per esprimere concetti come "filosofia", "fisiologia", "aristocrazia", "democrazia", "demagogia" ecc. senza ricorrere a perifrasi, fece ricorso a prestiti dal greco.
Gli spiriti più illuminati, Cesarotti per esempio, o Leopardi, si sono sempre mostrati favorevoli ai prestiti da altre lingue. Scriveva splendidamente Cesarotti nel Saggio sulla filosofia delle lingue, 1785: «La scoperta di un mondo incognito, il commercio e la comunicazione universale da un popolo all'altro, la propagazione dei lumi per mezzo della stampa, le conoscenze enciclopediche diffuse nella massa delle nazioni, [...]atterrarono tutte le barriere che separavano anticamente una nazione dall'altra e confusero in ciascheduna le tracce del loro carattere originario», cosicché «le usanze e le opinioni sono in una circolazione perpetua» e «l'Europa tutta nella sua parte intellettuale è ormai divenuta una gran famiglia, i di cui membri distinti hanno un patrimonio comune di ragionamento e fanno tra loro un commercio d'idee, di cui niuno ha la proprietà, tutti l'uso», è poiché il fondo lessicale nazionale «non basta sempre all'aumento e alla dilatazione delle idee», è d'uopo prendere dalla lingua al momento di maggior prestigio, il francese, i termini appropriati alle idee necessarie che mancano in Italia di un nome.
Ma basterebbe aprire lo Zibaldone di Leopardi alla data 25 giugno 1821 per incontrare un ragionamento eccelso sulla categoria "europeismo", su quell'interlessico intellettuale di cui ogni lingua di cultura non può fare a meno, francesismi o anglismi che siano.
Del resto basterebbe elencare gli europeismi "necessari" che abbiamo preso dalla Francia nel Settecento, gli anglismi ottocenteschi di ambito tecnico, il lessico politico-parlamentare di importazione inglese: atto (da act, nel senso di "legge"), proroga, aggiornare, coalizione, comitato, commissione, convenzione, costituzione, potere esecutivo e legislativo, legislatura, maggioranza, minoranza, mozione, petizione, ultimatum, opposizione, ordine del giorno ... Quasi sempre arricchiscono, non inquinano, le parole prese a prestito dagli altri.
beccaria@cisi.unito.it
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