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Il dialetto non è revival si parla, non si insegna

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 22 novembre 2003


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È l’italiano che serve al piemontese e al friulano per l’allargamento della propria cultura, per un’apertura sociale, per leggere libri e giornali

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IL friulano, il piemontese sono lingue o dialetti, mi chiede Gianguido Castagno da Trieste?

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Intanto, la lingua d'Italia è l'italiano. È finalmente la lingua di tutti, la lingua di cui dobbiamo tutti diventare padroni e signori, non tenercelo a mezzo servizio. È stata una conquista lunga, faticosa, un bene culturale acquisito da non molto, da coltivare dunque con particolare cura.

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Ora vogliono insegnare dialetto nelle scuole. Sottraendo ore alle attenzioni per la lingua nazionale? Ma il dialetto si parla, non si insegna. È vita, non revival. Quel che conta per la crescita culturale sono le lingue di civiltà, ricche, articolate, che hanno alle spalle le ricchezze di una grande letteratura. Un dialetto è certamente una lingua, lo è il friulano, lo è il piemontese. Entrambi sono strumenti espressivi straordinari, ma che hanno i loro limiti. A rigore, ogni strumento verbale veicolo di espressione è una lingua. E non sono neppure separabili lingua e dialetto per l'attitudine artistica, se penso alle prove letterarie, da Ruzante, a Goldoni, Porta, Belli, o Biagio Marin. La differenza diventa invece marcata se mettiamo nel conto il peso politico-sociale, perché "lingua" è quella ufficiale della nazione, la lingua dello Stato, della scuola, del foro, dell'esercito, dei giornali, della televisione. È l'italiano che serve al piemontese e al friulano per l'allargamento della propria cultura e per un'apertura sociale. In italiano sono scritti libri e giornali. «In dialetto si può parlare con Dio, non si può parlare di Dio. Nel mio dialetto addirittura di Dio c'è il diminutivo [...]"Signuréin, e' mi Signuréin, aiutém!" (Signorino, Signorino mio, aiutatemi!). Dove evidentemente "Signuréin" è intraducibile, perché Signorino, anche con la maiuscola, è un giovane signore, mentre "e' Signuréin" del mio paese è il dio degli eserciti. E non è solo un diminutivo intraducibile. È anche un assurdo teologico, oltre che logico. Ma, come dicevo, in dialetto, o almeno nel mio dialetto, non mi risulta si stampino studi o si facciano dibattiti di teologia» (Raffaello Baldini).

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beccaria@cisi.unito.it


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