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La lingua di Galileo, chiara ed elegante, senza ambiguità

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 22 marzo 2003


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Scienziato e scrittore ha abbandonato il latino e adottato il volgare, ha scelto termini di uso comune e li ha tecnicizzati, per essere sempre preciso, mai vago approssimativo
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IL linguaggio "in corso" non è un concetto uniforme, ma comprende ampie variabili: linguaggio familiare-informale, commerciale, ufficiale, religioso, scientifico, ecc.
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Un lettore mi fa notare che in questa rubrica parlo quasi mai delle parole delle scienze.
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Mi limiterò a qualche riflessione.
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Da noi la scienza moderna nasce con Galileo.
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Allora la distanza tra l'uomo di lettere e lo scienziato non era così grande come oggi.
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Galileo, e Redi, Magalotti, e in seguito Vallisnieri o Spallanzani, erano insieme scienziati e pregevoli scrittori.
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Il loro linguaggio scientifico, non così distante dal linguaggio corrente, era bello ed elegante, senz'essere vago ambiguo.
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L'esattezza correva sicura ai bordi della eleganza.
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Galileo compie coraggiose eversioni.
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Abbandona il latino, adotta il volgare, e, altra novità, adotta accanto al trattato il discorso, la lettera, il dialogo, il che lo porta a popolarizzare di più l'assunto scientifico.
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La terminologia semplificata viene però risemantizzata con eccezionale accuratezza.
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Delle due strade possibili, scegliere una terminologia innovante, ardita, grecizzante, dunque "difficile", oppure una più vicina alla comune, Galileo sceglie quest'ultima.
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Nei Discorsi intorno a due nuove scienze scriverà: «chiamo ciambella la superficie che resta, tratto un cerchio minore dal suo concentrico maggiore».
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Ha preso un termine d'uso comune e lo ha tecnicizzato per mezzo di una definizione.
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Idem per nebulosa; sa benissimo che non è fatta di "nebule", di nebbie, ma di ammassi di stelle ("drappelli di stelle", scrive).
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Decide però di usare il termine più vulgato, "nebulosa", dopo aver specificato di che si tratta.
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Non è una deroga alla precisione, non è approssimazione.
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Tutt'altro.
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Galileo è attentissimo alla chiarezza della lingua che usa, tende ad eliminarne le ambiguità.
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Adotta "termini" (per usare una celebre distinzione leopardiana) e non "parole", termini che per la loro voluta precisione devono essere insostituibili, senza sinonimi.
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Il linguaggio scientifico tende al denotativo, alla reciproca e diretta corrispondenza tra il segno e il designato, ad un sistema di segni simile a quello della matematica o della logica simbolica.
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Qui sta la diversità dal linguaggio comune, che ha una sua evidente funzione espressiva, non lo posso limitare alla pura comunicazione, perché possiede una infinità di "armoniche", trasmette il tono e l'atteggiamento di chi parla o di chi scrive, non si limita soltanto a formulare un discorso, ma tende anche a esercitare un'influenza sull'atteggiamento di chi ascolta, aspira a persuaderlo, ed a mutarlo.
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Il termine scientifico invece, quand'è prelevato dalla lingua comune, ne esce accuratamente disseccato, privato di tutti gli "umori", di ogni carica emozionale, di ogni potere connotativo.
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beccaria@cisi.unito.it

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