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A Roma se c’è un… problama non ce ne pò fregà de meno

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 15 febbraio 2003


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Un breve viaggio nei dialetti italiani partendo dall’Urbe: caratteristiche di pronuncia diffuse dal cinema e dalla televisione, basta ascoltare «le ragazze di Chiambretti»
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SAREBBE interessante, di settimana in settimana, compiere giri d'Italia, città per città, regione per regione, perché nel nostro paese luogo che vai varietà di parola che trovi.
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Passi un fiume, cambi valle, valichi una catena montuosa, e ti accorgi che hai attraversato un confine linguistico.
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E allora cominciamo da Roma, dalla capitale.
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Non ho che da scorrere quanto sulla varietà romana ha scritto un mio bravissimo collega, Paolo D'Achille, nel volume uscito di recente dalla Utet (AA. VV., I dialetti italiani. Storia struttura uso, Torino 2002, pp. 1147).
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Intanto, tra le caratteristiche fonetiche, quel caratteristico grado di apertura nei dittonghi, superiore allo standard fiorentino nelle è aperte (piède, siède), con una è che nelle generazioni più giovani ha ormai una pronuncia talmente centrale per cui problèma e bène sono pronunciati quasi problama, bane (si pensi alla ragazze che nel concluso programma di Chiambretti cantavano "Bane bane bane...").
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Per il consonantismo, oltre al disce, e non dice, c'è la pronuncia intensa di b e di g palatali intervocaliche (subbito, raggione), c'è il tipico raddoppiamento fonosintattico, a ccasa, è vvero, ho ffame, a Rroma, c'è il passaggio da s a z dopo n, l, r (penzo. polzo, falzo, borza, non zo), pronunce di tipo regionale che in questi ultimi tempi si sono accentuate, e che a seconda dei luoghi sono più o meno colpite da censura sociale.
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Per esempio, il tipo penzo, falzo ecc., secondo inchieste fatte da Nora Galli de Paratesi, è meno stigmatizzato a Roma che a Firenze.
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Tornando Roma, e ai vari gradi di accettabilità sociale, notiamo che è di marca sociolinguistica decisamente bassa lo scempiamento della doppia r (tera anziché terra).
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Sul piano della morfologia è tipico dell'italiano de Roma" l'uso del ci attualizzante davanti ad "avere" non ausiliare (c’ho), o la forma so' per sono, e l'apocope degli allocutivi (vedi i cognomi, preceduti spesso da a: a Francé!), a le tipiche interiezioni come a!, e il che ad apertura di interrogazione ("che ce l'avrebbe una sigaretta?"), o il te soggetto ("te che dici?"), e il prefisso intensivo a- (arieccolo!), e i suffissi in -aro e in -arolo (fonaro, fruttarolo), e il superlativo del tipo brutto forte, o il mo' che la vince su "ora" o "adesso", e il pure che la vince su "anche", e lo stare a+infinito invece del gerundio ("sto a lavorà" per "sto lavorando"), e ancora quel vulgatissimo "non ho capito!" (diffuso ormai nel neostandard italiano) in luogo di "ma guarda!", e infine quei modi ormai quasi proverbiali "volemose bbène", "quanno ce cce ", "e non ce ne fregà de meno", o quel ricorso al verbo fisso dice ("Nico me fa, dice, Che te credevi?"), condito col ricorrente "Ammazza oh!"
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beccaria@cisi.unito.it

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