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Se vuoi arrivare al dunque, devi menare il bue per l’aia

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 11 gennaio 2003


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Risposte ai lettori: origini popolari dei modi di dire, etimologie e forestierismi, dubbi sull’uso dell’articolo e reiterati lamenti sulla morte del congiuntivo
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COL nuovo anno la posta si è accumulata.
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Provvedo a smaltirne un po’.
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Ermanno Salvadori, di Piacenza, mi chiede due cose: perché si dice menare il can per l’aia, e perché il cucchiaio si chiama così.
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Semplice il cucchiaio: viene dal latino cochlea chiocciola, o meglio da cochlearium, la posata che originariamente serviva per mangiare le chiocciole e le lumache.
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Menare il can per l’aia, nel senso di tirare per le lunghe senza concludere nulla, riferito per esempio a chi parla e parla con lunghi giri di parole senza venire a capo di nulla, è una di quelle espressioni che si rifanno all’italiano nato per così dire in cascina, un italiano di origini rurali: un tempo si trebbiava menando il bue per l’aia, che passando e ripassando sui covoni sparsi sull’aia, liberava i chicchi dalla pula; farci passare su un cane, invece, non approdava a nulla, non serviva.
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Nacque così la suddetta espressione ironica.
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Un lettore di Messina, Salvatore Crisà, mi chiede lumi sullorigine della parola giacca.
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Si tratta di un antico francesismo: il fr. a. jaque, e il derivato jaquette, provengono dal nome proprio Jacques, Giacomo, il contadino che portava questo indumento.
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Interessante la richiesta die Federica che da Bari mi spedisce una e-mail in cui mi chiede perché mai esiste in italiano incongruenza di usare gli davanti a dèi, plurali di Dio.
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Si tratta di un riflesso dell´italiano antico, perché al singolare la forma popolare era (lo) Iddio e non Dio, il plurale non poteva dunque che essere gliddei, pronuncia con tutti i crismi della toscanità, posto che in Toscana si pronunciava e ancora si pronuncia la d rafforzata quand’è preceduta da una parola che esce in vocale.
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La grafia influenzata dal latino ha poi preferito dei a iddei.
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Approfitto così dell’occasione per ribadire ancora una volta un criterio fondamentale per giudicare intorno a corretto e scorretto in fatto di lingua: ricordo che occorre fare una netta distinzione tra ciò che riteniamo sbagliato sulla base delle nostre idee suggerite quasi sempre dalla ricerca di una coerenza grammaticale, e ciò che invece va accettato come corretto perché storicamente giustificato.
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Gli dèi è per lappunto storicamente giustificato.
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Un signore di Cremona, Ugo Santarcangelo, mi scrive ennesima protesta sulla morte del congiuntivo in italiano.
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Ne ho già parlato.
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Io difendo quanto posso l’uso del congiuntivo.
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Noto però che le lingue che sono state molto parlate ne fanno a meno.
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Il francese per esempio è molto più avanti nella riduzione, e dice difatti Il fallait que tu parlais, e non bisognava che tu parlassi, come è buona norma italiana.
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beccaria@cisi.unito.it

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