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Il gesto di Vanni Fucci è arrivato fino in Russia

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 08 novembre 2003
NewspaperTuttoLibri (La Stampa)
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page8
Column1


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La curiosa storia dell’espressione dantesca «fare le fiche» ancor oggi diffusa nel mondo slavo, esportata, forse, da nostri architetti e muratori
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IN un fascicolo di una rivista poco diffusa (L'Esopo, Rivista trimestrale di Bibliofilia, 91-92, settembre-dicembre 2002, pp. 75-83) Gianni Cervetti ci racconta con dovizia di particolari e molta dottrina la storia curiosa di un'espressione italiana che ha avuto fortuna fuori d'Italia, l'espressione fare le fiche, un gestaccio dall'indubbio significato.
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Ci viene ricordato il passo famoso del canto XXV dellInferno, quando compare Vanni Fucci, il ladro che in modo blasfemo squadra "amendue le fiche" al cielo.
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Doveva essere a quei tempi un gesto ben comune, se Giovanni Villani nelle Istorie fiorentine, al cap.
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V del VI libro ci racconta che sulla rocca di Carmignano, che sta tra Pistoia e Firenze, "avea una torre alta 70 braccia, e avevavi suso due braccia di marmo: le mani delle quali faceano le fiche a Firenze".
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Queste "fiche" stanno sino al 1228, quando durante un attacco a Pistoia i fiorentini fanno abbattere quella torre del dileggio.
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Ora, è assai curioso, come ci ricorda Cervetti, che quest'espressione morta da noi la si ritrovi oggi (parola e gesto) assai diffusa e popolare in Russia: fig tebe, cioè "le fiche a te", accompagnato da un gesto come quello di Vanni Fucci.
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Anche al femminile, figa, in russo si accompagna ad altri verbi o pronomi, ed ha sempre questo significato di avversione e di disprezzo.
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Come è giunto qui il termine e il gesto?
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"Il problema - aggiunge Cervetti - non ha una soluzione che veda tutti concordi".
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Sembra assodato, o ampiamente riconosciuto, che il termine, "con l'accompagnamento del relativo gesto, sia approdato nel mondo slavo portato dagli architetti e dai muratori che colà si sono recati per costruire chiese e palazzi".
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Chissà?
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Certo, gli architetti italiani hanno esportato nel mondo ben altro.
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Nel settore delle belle arti, tra Cinque e Seicento, abbiamo imprestato alle lingue di cultura parole importanti come balcone, piedestallo, facciata, cupola, duomo, belvedere, frontone, loggia, campanile, palazzo, pergola.
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Sono ancora diffusi in tutto il mondo anglosassone stucco, portico, villa, piazza.
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Sin dall'Ottocento vi abbiamo esportato cortile, gradino, intonaco, lunetta, e nel Novecento bozzetto, modello, salone, salotto.
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beccaria@cisi.unito.it

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