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A che serve il greco nell’età informatica?

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 02 agosto 2003


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Col latino normalizza l’inglese scientifico, coerenza interna ai vari settori della terminologia, evita che si accrescano di aggiunte arbitrarie. Vi pare poco?

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UN fedele lettore mi scrive da Nizza che nell'età dell'informatica possiamo fare a meno, ormai, di insegnare anticaglie come il greco antico e il latino. Ci sarebbero - dice - ben altre cose più interessanti e utili da coltivare.

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Dissento. È evidente che una nazione tecnicamente avanzata non può restare linguisticamente estranea ai grandi circuiti informatici e quindi deve "softwerizzare" la propria lingua tecnica e scientifica. L'immenso serbatoio del lessico scientifico non è però un immenso cumulo di termini opachi, isolati tra di loro, o collegati soltanto nell'ordine alfabetico. C’è ben di più, e il mastice che li tiene insieme è per grossa parte greco o latino. Nei "thesauri" l'impiego del greco è largamente comune a lingue di struttura diversa. Il greco intride sia le lingue neolatine sia le lingue germaniche, l'inglese, il tedesco. Il grecismo è un mezzo di collegamento e di unione tra le differenti lingue tecniche, è una sorta di collante della comunicazione universale. Stesso discorso si ripeta per il latino.

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Il greco ed il latino offrono le matrici dei linguaggi scientifico-tecnologici, cioè gli elementi componenziali dei loro termini (radici, suffissi, suffisoidi, prefissi, prefissoidi), cosicché i neologismi che tecnica e scienza sfornano giorno dopo giorno, grazie a quelle lingue antiche, si presentano come parole semanticamente trasparenti. Il greco e il latino collaborano a normalizzare il valore e l'uso dell'inglese scientifico mondializzato, danno coerenza interna ai vari settori della terminologia, evitano che essi si accrescano per aggiunte arbitrarie e occasionali. Vi pare poco?

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Una lettrice di Alassio mi rivolge una domanda difficile, se in lingua è più forte la libertà o la costrizione. Cerco di cavarmela con pochi cenni. Quanto alla "libertà ", consiglio di leggere un libro di Benvenuto Terracini, il grande linguista autore di "Lingua libera e libertà linguistica".

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Quanto alle costrizioni ricordo che le attese di comunicazione portano ogni momento ad un uso "irriflesso" della lingua, a continui automatismi. Penso alle cosiddette "collocazioni", cioè all'occorrenza di due o più parole vicine, a quelle solidarietà lessicali ineludibili. Se dici "le cuoia" devi associargli "tirare", se dici "rosso di sera" sei costretto a collocarlo accanto a "bel tempo si spera".

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La lingua che usiamo non è soltanto libertà espressiva ma un cumulo di frasi fatte ("la guerra è guerra"), o di parole complesse che non puoi mutare ("ferro da stiro", "macchina da scrivere"), e che devi trattare come se fossero singole entrate lessicali, sequenze che tendono a presentarsi in combinazioni stabili; dato "bandire" ti aspetti "concorso", e con "nitrire" ti aspetti "il cavallo".


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