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Le tradizioni popolari (e di conseguenza lingua e dialetti) sono ricche di allusioni satiriche alla vita religiosa: si pensi ad esempio allo “scaldaletto” noto come “prete”, “frate”, “monaca”
LE tradizioni popolari sono ricche di allusioni satiriche a religiosi, e di conseguenza lo sono lingua e dialetti. Si pensi ai nomi del vecchio trabiccolo dello "scaldaletto", quell'attrezzo di legno che s'introduceva sotto le lenzuola per custodire un piccolo braciere coperto di cenere; i nomi più correnti erano "prete" (Veneto, Emilia, Piemonte), "frate" (Lombardia, Piemonte), "monaca" (Liguria, Lombardia), "suora" (Toscana, Marche).
Così anche fuori d'Italia: in Francia erano diffusissime le denominazioni del tipo "monaco", "frate", "padre", "prete". La malizia consisteva per l'appunto nel voler scorgere sotto le coperte dei religiosi che dormivano, religiosi considerati nella tradizione popolare dei proverbiali seduttori.
Tutto dipende dall'individuazione dell'immagine del prete che si è lentamente sedimentata nei modelli sociali. Penso per esempio a scherzo da prete, detto di un qualche tiro birbone, la cui prima attestazione pare che compaia in area di spiccata tradizione anticlericale come l'Emilia-Romagna. O vedi boccone del prete, il boccone più prelibato, come il portacoda del pollo; canonici, frati e abati sono sempre stati nella tradizione popolare considerati persone beate, dedite ai piaceri della vita.
Gli gnocchi comunemente noti come "strangolapreti" hanno preso quel nome proprio perché il clero è sempre stato legato all'idea del buon cibo, del mangiar bene. Quindi all'aspetto florido; "grasso come un prete", "grasso come un frate".
Non a caso, nella tradizione contadina la "pera papa" indicava una varietà di pera particolarmente grossa e pregiata. I più alti gradi del clero sono sempre stati visti come una classe beatamente privilegiata, non tormentata dagli affanni della vita: di qui "far vita da canonico", "stare da papa", "contento come un papa".
Tra i modi che dipendono da idee sedimentatesi nel tempo trovo, sfogliando il vocabolario milanese del Cherubini, l'espressione fa el fraa, fare lo gnorri, fare l'indiano, che ricorda l'ottocentesco toscano sto co' frati, o anche sto co' frati e zappo l'orto, che si diceva quando qualcuno non voleva far capire a chi lo interrogava una cosa che non aveva alcuna intenzione di dire. Pure maligno, nel gergo dei tipografi, il modo un tempo corrente fare un frate, fare un errore, lasciando una pagina bianca: come spiega Ottavio Lurati, "l'idea di base era quella dell'incompletezza".
Era usuale un tempo in milanese gh'è di fraa che spassegia, per dire che la situazione è grave, disperata, che non c'è più nulla da fare. L'allusione va ai frati che in attesa di confessare un ammalato in fin di vita aspettavano fuori camminando avanti e indietro.
beccaria@cisi.unito.it
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