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Se non ci fossero gli errori non cambierebbe la lingua

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 15 settembre 2001


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Gli scarti rispetto a una norma riconosciuta rappresentano un fattore di innovazione e spesso proprio le forme popolari scorrette col tempo risultano vincenti

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CI sono, in lingua, errori ed errori. Orrore, se dico "ci" per "gli", "ci dico" e non "gli dico", così fortemente

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popolari che vanno evitati anche nel parlato! Ci sono errori di lingua, di stampa, sviste, lapsus, ci sono errori

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di fatto, quelli che contraddicono una certezza obiettiva ("L'Italia è un'isola"), ci sono errori di logica

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("i quadrupedi hanno due zampe"), vere e proprie contraddizioni in termini, e ci sono errori di definizione

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(dire che il "deserto" è un luogo dove si raccoglie il petrolio; in realtà lo cavo anche dal mare).

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Se dico "redarre" e non "redigere" sbaglio, perché redarre non esiste. Se scrivo "scarogna" e non "scalogna"

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sbaglio, perché la parola deriva da scalogno (che come tutte le agliacee difendeva dagli esseri malvagi),

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se scrivo "avanotto", pesce ancora in embrione, sbaglio ancora, perché ci vogliono due "n".

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Detto questo, anche se errore è uno scarto più o meno clamoroso rispetto a una norma riconosciuta, codificata

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dalla comunità linguistica, in realtà rappresenta una delle principali cause di cambiamento di una

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lingua. Paradossalmente, se non ci fossero errori, non ci sarebbe evoluzione linguistica. Errori sono

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spesso innovazioni destinate a imporsi in una fase successiva della storia linguistica.

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Si pensi al passaggio dal latino alle lingue romanze: la caduta delle consonanti finali, la perdita dei casi, della

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quantità vocalica, la risemantizzazione, tutta una serie di "errori" (rispetto al canone) destinati a produrre

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risultati importanti.

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Per mostrare come gli errori siano spesso innovazioni destinate a imporsi, faccio un esempio del III secolo d. C., un testo importantissimo che è conosciuto col nome di Appendix Probi, un testo ad uso scolastico in cui un maestro indicava ai suoi allievi la forma corretta. Quel maestro paziente insegnava ad evitare l'errore

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seguendo lo schema "A non B", e scrive: speculum e non speclum, vetulus e non veclus (ma come sappiamo

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"vecchio" deriva dall'errato veclus, "specchio" da speclum, le forme vincenti), e continua: calida e non calda,

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come scrive lo scolaro, frigida e non fricda (ma ebbero la meglio sulla forma corretta quegli errori, tant'è che

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noi oggi diciamo calda, fredda).

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Molto spesso è stata proprio la forma popolare scorretta, ritenuta da evitare in un determinato registro

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formale, ad imporsi in seguito come vincente. In latino classico "dare un bacio" si diceva osculum dare. Il

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lat. basium, da cui deriva l'it. "bacio", forse di origine celtica, è usato per la prima volta da Catullo (veronese),

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nel famoso componimento rivolto a Lesbia, "da mihi basia mille": poi la parola entra nella lingua popolare,

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e di passerà alle lingue romanze.

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beccaria@cisi.unito.it


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