Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Gli scarti rispetto a una norma riconosciuta rappresentano un fattore di innovazione e spesso proprio le forme popolari scorrette col tempo risultano vincenti
CI sono, in lingua, errori ed errori. Orrore, se dico "ci" per "gli", "ci dico" e non "gli dico", così fortemente
popolari che vanno evitati anche nel parlato! Ci sono errori di lingua, di stampa, sviste, lapsus, ci sono errori
di fatto, quelli che contraddicono una certezza obiettiva ("L'Italia è un'isola"), ci sono errori di logica
("i quadrupedi hanno due zampe"), vere e proprie contraddizioni in termini, e ci sono errori di definizione
(dire che il "deserto" è un luogo dove si raccoglie il petrolio; in realtà lo cavo anche dal mare).
Se dico "redarre" e non "redigere" sbaglio, perché redarre non esiste. Se scrivo "scarogna" e non "scalogna"
sbaglio, perché la parola deriva da scalogno (che come tutte le agliacee difendeva dagli esseri malvagi),
se scrivo "avanotto", pesce ancora in embrione, sbaglio ancora, perché ci vogliono due "n".
Detto questo, anche se errore è uno scarto più o meno clamoroso rispetto a una norma riconosciuta, codificata
dalla comunità linguistica, in realtà rappresenta una delle principali cause di cambiamento di una
lingua. Paradossalmente, se non ci fossero errori, non ci sarebbe evoluzione linguistica. Errori sono
spesso innovazioni destinate a imporsi in una fase successiva della storia linguistica.
Si pensi al passaggio dal latino alle lingue romanze: la caduta delle consonanti finali, la perdita dei casi, della
quantità vocalica, la risemantizzazione, tutta una serie di "errori" (rispetto al canone) destinati a produrre
risultati importanti.
Per mostrare come gli errori siano spesso innovazioni destinate a imporsi, faccio un esempio del III secolo d. C., un testo importantissimo che è conosciuto col nome di Appendix Probi, un testo ad uso scolastico in cui un maestro indicava ai suoi allievi la forma corretta. Quel maestro paziente insegnava ad evitare l'errore
seguendo lo schema "A non B", e scrive: speculum e non speclum, vetulus e non veclus (ma come sappiamo
"vecchio" deriva dall'errato veclus, "specchio" da speclum, le forme vincenti), e continua: calida e non calda,
come scrive lo scolaro, frigida e non fricda (ma ebbero la meglio sulla forma corretta quegli errori, tant'è che
noi oggi diciamo calda, fredda).
Molto spesso è stata proprio la forma popolare scorretta, ritenuta da evitare in un determinato registro
formale, ad imporsi in seguito come vincente. In latino classico "dare un bacio" si diceva osculum dare. Il
lat. basium, da cui deriva l'it. "bacio", forse di origine celtica, è usato per la prima volta da Catullo (veronese),
nel famoso componimento rivolto a Lesbia, "da mihi basia mille": poi la parola entra nella lingua popolare,
e di lì passerà alle lingue romanze.
beccaria@cisi.unito.it
Text view