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Un po’ di posta con i lettori, che chiedono spiegazioni sull’origine di particolari locuzioni e sul rispetto delle norme grammaticali
DA quando ho indicato un indirizzo di e-mail le richieste di chiarimenti si fanno pressanti. Il che mi fa piacere, ma mi costringe nella risposta a saltabeccare da un argomento all’altro. Cerco di accontentare subito Marco Rossi di Levanto che vuole sapere come sia nata l’espressione ch’egli trova “curiosa”, come “ciurlare nel manico”, nel senso di “mancare a una parola o a un impegno, rinviare con scuse o pretesti l’adempimento di promesse”. Semplice: chi si comporta a quel modo fa come la parte metallica di un arnese, che quando “ciurla”, cioè non sta ben ferma nel manico, tentenna, gira, rende vana l’opera di chi lavora.
Una lettrice di Novara, Franca Niccoli, ha letto di un tale considerato una sorta di “eminenza grigia”, e vuole sapere il motivo di questo “strano” (così dice) modo di dire: “eminenza grigia” è chi, senza darlo a vedere, esercita un forte potere e controlla una situazione, soprattutto influenzando le persone potenti. Fu chiamato così il frate cappuccino consigliere del cardinale Richelieu per il colore grigio dell’abito dei cappuccini e per analogia col titolo di “Eminenza Rossa” dato a Richelieu.
La maggior parte delle richieste verte sul giusto e lo sbagliato, sul si può o non si può, soprattutto da parte di chi vede nella grammatica un ferreo modello logico, che sopprime ogni contraddizione, ridondanza, ecc.
Un lettore di Dronero (Cuneo) se la prende con l’uso erroneo, dice lui, dell’avverbio “affatto” che significa “interamente, del tutto”, ma che ormai si usa come rafforzativo in frasi negative (“non la penso affatto come te!”). Ha preso il significato contrario a quello che dovrebbe avere, cioè ‘per nulla’, specialmente nelle risposte a domande che esigono un sì o un no (“Hai fame?”, “affatto”). Ciò succede perché con quell’”affatto” sottintende un “niente” (niente affatto) ed assume su di sé il senso della parola sottintesa.
Accontento per ultimo il condirettore, Gianni Riotta, che nell’ultimo Specchio si chiede (e mi chiede) da che verrà mai un’espressione ora in voga come “scrauso”, in uso nel gergo giovanile. Ho appurato, grazie anche alla cortesia di Gepi Patota, che “scrausa”, nel senso di “di poco conto”, “di cattiva qualità”, è un aggettivo che in principio cominciò ad essere usato dai “coatti” della periferia romana (“A Roma gira solo robba scrausa”, cioè droga di cattiva qualità, è detto nel film di Claudio Caligari, Amore tossico, 1983, interpretato da giovani eroinomani di Ostia). Ma non si tratta di neologismo di questi ultimi decenni. Un mio collega, Pietro Trifone, ha trovato una sorprendente anticipazione di “scrausa” nel senso di “sciocca” nel primo Cinquecento, negli atti di un processo per stregoneria.
beccaria@cisi.unito.it
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