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La bistecca di Firenze a Bologna è una braciola

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 27 gennaio 2001
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page8
Column1


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La lingua italiana conosce vistose varianti regionali: così le dolci bugie del Piemonte in Lombardia sono chiacchiere e in Emilia diventano sfrappole
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LA lingua italiana conosce vistose varianti da una regione all’altra.
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Varia innanzitutto la pronuncia (un italiano di pronuncia standard è una realtà linguistica astratta, comunque nettamente minoritaria: ne parleremo) e variano le parole.
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Se uno dice «il telefono bussa» invece di suona, siamo in Campania.
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Se senti dire «bozzo» e non «bernoccolo» con ogni probabilità ci troviamo a Roma.
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Soprattutto per certi oggetti casalinghi non abbiamo un nome nazionale.
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L’ampia tazza senza manico dove da ragazzi ci si faceva quelle laute zuppe di latte è tanto ciotola quanto scodella.
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E sono ugualmente intercambiabili piatto fondo e fondina, che hanno pure nome di scodella, o piatto cupo e non fondo nell’alta valle del Tevere, tra Umbria e Toscana, con propaggini nelle Marche.
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E pensate ai nomi delle erbe aromatiche o (per restare ancora in cucina) commestibili, e ai nomi dei pesci, dei funghi?
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Basta vedere la ghiotta conclusione gastronomica di «Linea verde», trasmissione televisiva domenicale, con tutto quel fiorire degli infiniti nomi regionali dei cibi d’Italia.
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Ciò che non ha nome commerciale, industriale, e i mezzi di comunicazione di massa non trattano se non per eccezione, continua la sua vivace esistenza appartata, regionale.
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Il dolce tipico di carnevale, una pasta dolce fritta nell’olio, ha nomi diversi a seconda delle regioni: bugie, e risole in certe zone del Piemonte, galani nel Veneto, chiacchiere, lattughe in Lombardia, sfrappole in Emilia.
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Dei dolci, soltanto quelli che hanno nome industriale (panettone, pandoro, panforte) hanno denominazioni nazionali.
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Il resto è un dolcissimo mosaico colorito di forme di gusti e di nomi, dai cavallucci di Macerata ai birbanti dell’Umbria ai fiadoni trentini ai maritozzi romani ai bicciolani vercellesi.
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I crumiri sono diventati parola nazionale soltanto da poco, da quando si è cominciato a produrli su scala industriale.
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L’italiano pullula di sinonimi territoriali, in conflitto tra loro.
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Confesso che a seconda della città in cui mi trovo, quando entro in cartoleria non so mai se debbo chiedere una scatola di graffette o fermagli, mollette, pinzette, spillette, o magari, familiarmente ciappe, ciapppette.
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In Italia, a seconda dei luoghi, si sbuccia, si pela, si monda.
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Una minestra con poco sale è, a seconda dalle regioni, insipida, scipita, sciocca, dolce, insulsa.
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La bistecca di Firenze è la braciola di Bologna, che a Bari invece è il nome dell’involtino.
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Dal salumiere ordini, a seconda delle regioni, lonza o capicollo.
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A Firenze chiami fornaio quel che a Torino diciamo panettiere.
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Al Nord invece di trapunta dicono imbottita, in Toscana granata invece di scopa, e cencio invece di straccio, a Roma menare e non battere, al Sud imparare e non insegnare, salire invece di portar su, tenere per essere.

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