Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
I lettori scrivono per denunciare le parole che non sopportano:
ma per il linguista le parole non sono né belle, né brutte, le rende odiose o amabili chi le usa
RICEVO lettere di persone che protestano per l’uso di questa o quella parola oggi: al bando “attimino”, alla forca “sinergie”, e via così. Ricordo che qualche hanno fa Tuttolibri promosse un’inchiesta divertente: i lettori dovevano indicare la parola che amavano di più e quella che odiavano.
Si stilò una classifica, che risultò nella sostanza etica, non linguistica, perché il risultato era scontato, predeterminabile: ai primi posti parole positive (“amore”, “libertà”, “amicizia”, “pace”, “salute”), agli ultimi posti la serie negativa (“odio”, “guerra”, “violenza”, “mafia”, “tangenti”).
Nella serie positiva “vita”, nella negativa “morte”. È evidente che debba piacere “pace” e si odi “guerra”. E piacerà “cielo” perché azzurro e libero, non piacerà “nero”, colore cupo e infernale. A me per esempio piace “verde” perché ci vedo i prati dolci della mia infanzia, altri sceglierebbero “mare”, altri “bosco”, o “collina”, altri invece al primo posto collocherebbero “montagna”, per la solennità ma anche per il profondo riposo, misto di solitudine di angoscia o di euforia, di maestà comunque, che la montagna ti evoca.
La verità è che le parole non sono né belle né brutte, né facili né difficili, né buone né cattive, né forti né deboli. Le rende odiose o amabili, forti o deboli chi le usa.
Di per sé, esse sono antiche o moderne, vecchie o nuove, fresche o usurate, verdi o dorate alcune, altre ricoperte di muffa, soprattutto le parole dell’agire e del pensare legate strettamente alle idee dominanti di un determinato periodo storico: ricordiamo tutti che negli Anni Sessanta “impegno”, o “contestazione”, godevano di enorme popolarità. Poi sono rapidamente decadute.
Comunque sia, un’inchiesta tra la gente su quale parola butterebbe dalla torre non misura che fantasie e idiosincrasie. In questi tipi di classifiche sulle parole poco sopportabili trovo regolarmente infilati i “cioè”, “niente” (usato ad inizio di frase), “praticamente”, “non esiste”, “la cosa”, nel senso datole dai politici, “nell’ottica di”, “sinergia”. Ma perché qui entra in gioco non il significato ma il sentimento linguistico del parlante, insofferente ora per il termine straniero (l’anglismo, l’”okey” che ha soppiantato il “sì”), o per l’informale giovanile (“cioè”, “niente”, e le zeppe “praticamente”, “chiaramente”), o per ciò che puzza di politichese, o di troppo specialistico; e c’è sempre il solito “attimino”, che pure io non sopporto, non perché sia poco logico, come molti dicono (“attimo” sarebbe già talmente breve che non lo si può diminuire ulteriormente), ma perché non amo i diminutivi, preferisco l’aggettivo nudo e crudo.
Ma tutta questa serie di osservazioni o di reazioni non hanno nulla di obiettivo, un linguista non le sottoscriverebbe mai, sono impressioni del parlante, con i suoi tic, le sue manie.
beccaria@cisi.unito.it
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