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Cioè, praticamente, okey: che odiosa sinergia

Language columnParole in corso
AuthorGian Luigi Beccaria
Date 6 gennaio 2001


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I lettori scrivono per denunciare le parole che non sopportano:
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ma per il linguista le parole non sono belle, brutte, le rende odiose o amabili chi le usa
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RICEVO lettere di persone che protestano per l’uso di questa o quella parola oggi: al bando attimino, alla forca sinergie, e via così.
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Ricordo che qualche hanno fa Tuttolibri promosse un’inchiesta divertente: i lettori dovevano indicare la parola che amavano di più e quella che odiavano.
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Si stilò una classifica, che risultò nella sostanza etica, non linguistica, perché il risultato era scontato, predeterminabile: ai primi posti parole positive (amore, libertà, amicizia, pace, salute), agli ultimi posti la serie negativa (odio, guerra, violenza, mafia, tangenti).
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Nella serie positiva vita, nella negativa morte.
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È evidente che debba piacere pace e si odi guerra.
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E piacerà cielo perché azzurro e libero, non piacerà nero, colore cupo e infernale.
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A me per esempio piace verde perché ci vedo i prati dolci della mia infanzia, altri sceglierebbero mare, altri bosco, o collina, altri invece al primo posto collocherebbero montagna, per la solennità ma anche per il profondo riposo, misto di solitudine di angoscia o di euforia, di maestà comunque, che la montagna ti evoca.
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La verità è che le parole non sono belle brutte, facili difficili, buone cattive, forti deboli.
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Le rende odiose o amabili, forti o deboli chi le usa.
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Di per , esse sono antiche o moderne, vecchie o nuove, fresche o usurate, verdi o dorate alcune, altre ricoperte di muffa, soprattutto le parole dell’agire e del pensare legate strettamente alle idee dominanti di un determinato periodo storico: ricordiamo tutti che negli Anni Sessanta impegno, o contestazione, godevano di enorme popolarità.
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Poi sono rapidamente decadute.
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Comunque sia, un’inchiesta tra la gente su quale parola butterebbe dalla torre non misura che fantasie e idiosincrasie.
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In questi tipi di classifiche sulle parole poco sopportabili trovo regolarmente infilati i cioè, niente (usato ad inizio di frase), praticamente, non esiste, la cosa, nel senso datole dai politici, nell’ottica di, sinergia.
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Ma perché qui entra in gioco non il significato ma il sentimento linguistico del parlante, insofferente ora per il termine straniero (l’anglismo, l’okey che ha soppiantato il ), o per l’informale giovanile (cioè, niente, e le zeppe praticamente, chiaramente), o per ciò che puzza di politichese, o di troppo specialistico; e c’è sempre il solito attimino, che pure io non sopporto, non perché sia poco logico, come molti dicono (attimo sarebbe già talmente breve che non lo si può diminuire ulteriormente), ma perché non amo i diminutivi, preferisco l’aggettivo nudo e crudo.
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Ma tutta questa serie di osservazioni o di reazioni non hanno nulla di obiettivo, un linguista non le sottoscriverebbe mai, sono impressioni del parlante, con i suoi tic, le sue manie.
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beccaria@cisi.unito.it

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