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Confesso, sono un esubero

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 29 agosto 1993


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di GIULIO NASCIMBENI
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Dai moduli e dalle circolari della burocrazia, scavandosi cunicoli come una talpa, presentandosi con i crismi della sintesi che tanto piacciono nelle redazioni dei giornali, una parola è arrivata alla ribalta dei titoli e delle prime pagine.
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La televisione non è stata da meno: questa parola sta avendo il suo momento di gloria in quei cartelli esplicativi che riguardano situazioni sindacali, percentuali, stime fatte da qualche ministero o ente di previdenza.
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Tanto per dire subito come la penso, preciso che, a mio giudizio, si tratta di una brutta parola.
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O meglio, di una parola brutta, considerando che la posizione di un aggettivo, messo prima o messo dopo, può alterare il significato.
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Non oscena volgare, ma semplicemente brutta, come lo sono tanti termini burocratici, da allibramento a obliterazione, a balneazione.
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Ecco, dunque, il nostro bersaglio: si chiama esubero, è regolarmente registrato come sostantivo maschile nei dizionari, sta per «eccedenza, esuberanza, sovrabbondanza, soprannumero, quantità superiore al bisogno».
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Un titolo apparso verso la metà dagosto diceva: «Insegnanti in esubero: pensione anticipata?».
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Nel testo si leggeva che «otterranno la pensione immediata tanti professori quanti sono gli esuberi calcolati dai Provveditorati».
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Sarò sicuramente un tradizionalista, ma lidea che un professore, oltre che laureato e insegnante, sia anche un esubero, mi mette di malumore.
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E non soltanto per la situazione in e per , ma proprio per il suono della parola.
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Immaginate un preside che convoca linteressato, sfoglia alcuni tabulati e annuncia: «Caro professore, mi spiace di doverle comunicare che lui rientra nella categoria degli esuberi».
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Secondo previsioni attendibili, sono tra 20 e 25 mila i docenti in esubero della scuola dellobbligo, e dunque la scena del preside e del professore si ripeterà tra 20 e 25 mila volte.
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Ma non basta: qualche giorno fa, in una panoramica sui foschi allarmi riguardanti l'occupazione, Genova era segnalata come città «a rischio» perché tra i portuali «ci sono un migliaio di dipendenti in esubero» (La Stampa del 25 agosto).
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Non so bene perché, ma sento che, dal punto di vista linguistico, esubero rientra nella categoria dell'eterno eufemismo italiano, lo stesso che indusse Craxi a chiamare «mariuolo» Mario Chiesa.
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A influenzarmi è certamente letimologia.
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Esubero è un derivato del verbo «esuberare», legato al latino exuberare, composto di ex, con valore intensivo, e uberare, «produrre frutti, essere fertile», a sua volta originato da uber, che significa sia «mammella» sia, come aggettivo, «fecondo, abbondante».
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Proprio questa presenza di copiosità, che rimanda addirittura al seno femminile, al latte materno, provoca un insanabile contrasto rispetto allimpiego attuale di esubero.
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Al di della parola vediamo, infatti, cassa integrazione, prepensionamenti, tagli di posti di lavoro, spettri di disoccupazione.
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Ce nè abbastanza, insomma, per diffidare: una parola brutta e, come non bastasse, ingannevole.
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Anche se bisogna ammetterlo gli eventuali sinonimi non offrono buone soluzioni.
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Ve limmaginate il preside che sentenzia: «Lei è un professore soprannumerario»?
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La risposta potrebbe essere: «Soprannumerario sarà lei».

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