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di GIULIO NASCIMBENI
La rubrica dello scorso 15 marzo, dedicata a «chiaramente» e «animino», ha incontrato il favore di molti lettori che mi hanno scritto e che ringrazio. A proposito della seconda di quelle due parole, il collega e amico Gianni De Felice parla giustamente di «nascita di figli spurii come l’impresentabile signor Animino».
Altre segnalazioni incalzano. Il signor Gerardo Serravalle di Perugia denuncia l’abuso, non meno dilagante, dell’espressione «fra virgolette» o semplicemente «virgolette» o, peggio ancora, «virgolettato». Secondo il lettore, siamo di fronte a qualcosa di peggio degli ormai invecchiati «nella misura in cui» e «portare avanti il discorso»: siamo, cioè, all’incapacità di chiamare le cose con il loro nome e, comunque, di ricorrere a forme più eleganti come «per così dire» o «si fa per dire».
È vero: mai come in questi anni si è assistito a un autentico spreco della locuzione incriminata, e non soltanto alla televisione o alla radio, ma anche nei colloqui privati. Facciamo qualche esempio: «Questa pace, detto fra virgolette, non ha molte prospettive», «la vostra generosità, fra virgolette s’intende, non ci è di conforto», «questa presenza, fra virgolette, è puramente teorica».
Sembra chiaro che, nei nostri tre esempi, le parole «pace», «generosità» e «presenza» hanno un significato ben diverso da quello dell’uso comune: stanno per «guerra», «avarizia» e «assenza». La scappatoia del «fra virgolette» permette una specie di aggiramento dell’ostacolo. Ma non parlerei, come fa il lettore Serravalle, di povertà di linguaggio. La persona che ricorre all’espediente sa benissimo qual è il contrario della parola di cui si serve, tanto è vero che è in grado di prenderne le distanze.
A mio giudizio, la fortuna del «fra virgolette» è da legare a un desiderio, più o meno inconscio, di reticenza, nel senso esatto di questo vocabolo che significa «scarsa volontà di dire», «esitazione volontaria nel dire». A meno che non sia manifestata nelle aule dei tribunali con le pene che ne conseguono, la reticenza è stretta parente della volontà di non compromettersi, di sfumare i discorsi per non provocare reazioni immediate, di ammorbidire le proprie tesi.
Qualche lettore obietterà: ma non sono questi i tempi in cui trionfano la grinta, l'aggressività, il parlare fuori dai denti, l’arroganza, l’immodestia eccetera eccetera? E dunque quale bisogno c’è di passare per le vie traverse, di evitare il faccia a faccia anche con le parole? Calma, signori miei. In teoria, le cose stanno così: bocca spalancala più che aperta, a pugni in faccia. Ma in pratica?
Un grande autore di aforismi, il polacco Stanislaw Jerzy Lec, ha scritto: «Gli uni nascondono agli altri la verità perché la temono: questi ultimi la nascondono ai primi perché la vogliono tenere in serbo fino al momento opportuno. Eppure, è sempre la stessa verità».
Che poi «fra virgolette» e «virgolettato» appartengano in qualche modo alle forme dell’eufemismo o abbiano per antenata la litote (quella del «non nego» per dire «ammetto»), è un’ipotesi senz’altro possibile. Ma mi è piaciuto, una volta tanto, allentare la stretta dei problemi del linguaggio e rifarmi all'amatissimo Lec. In fondo, proprio lui è l’autore di quest’altro aforisma: «Sesamo aprili! Voglio uscire!».
Un quesito addirittura manzoniano viene posto dal signor Vasco Pezzato di Milano: «Perché — scrive — il nostro Don Lisander parla di “venticinque lettori”? la sua fu vera o falsa modestia?». Il lettore allude al primo capitolo dei «Promessi sposi». Dopo l’incontro fra i bravi e don Abbondio, il Manzoni commenta: «Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare, sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato». È evidente che, con quella cifra, il Manzoni intendeva esprimere un’idea di quantità piuttosto esigua.
Che si trattasse di vera o falsa modestia, non ha molta importanza. Più interessante è rispondere alla domanda: perché proprio venticinque? In un lontano articolo apparso su «Lingua nostra» (la rivista fondata nel 1939 da Bruno Migliorini e Giacomo Devoto, e oggi diretta da Gianfranco Folena e Ghino Ghinassi), fu dimostrato che proprio quel numero compariva in opere del Boccaccio, dell’Aretino, del Firenzuola e di altri, per indicare simbolicamente scarsità di uomini o di denaro o di parole.
Pur vivendo in tempi di gigantismo generalizzato, oggi siamo in calo rispetto ad allora. Che cosa gli hai detto? Me la sono cavata con un paio di battute. Quanti sono intervenuti alla conferenza o allo spettacolo sperimentale? I soliti quattro gatti. Chi ha seguito quel comizio? Una decina di sfaccendati. Chi ha letto quel saggio fondamentale? Una ventina di persone fra critici e parenti dell’autore.
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