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Fra quelle «virgolette» la verità è più nascosta

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 29 marzo 1990


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di GIULIO NASCIMBENI
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La rubrica dello scorso 15 marzo, dedicata a «chiaramente» e «animino», ha incontrato il favore di molti lettori che mi hanno scritto e che ringrazio.
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A proposito della seconda di quelle due parole, il collega e amico Gianni De Felice parla giustamente di «nascita di figli spurii come l’impresentabile signor Animino».
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Altre segnalazioni incalzano.
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Il signor Gerardo Serravalle di Perugia denuncia l’abuso, non meno dilagante, dell’espressione «fra virgolette» o semplicemente «virgolette» o, peggio ancora, «virgolettato».
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Secondo il lettore, siamo di fronte a qualcosa di peggio degli ormai invecchiati «nella misura in cui» e «portare avanti il discorso»: siamo, cioè, all’incapacità di chiamare le cose con il loro nome e, comunque, di ricorrere a forme più eleganti come «per così dire» o «si fa per dire».
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È vero: mai come in questi anni si è assistito a un autentico spreco della locuzione incriminata, e non soltanto alla televisione o alla radio, ma anche nei colloqui privati.
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Facciamo qualche esempio: «Questa pace, detto fra virgolette, non ha molte prospettive», «la vostra generosità, fra virgolette s’intende, non ci è di conforto», «questa presenza, fra virgolette, è puramente teorica».
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Sembra chiaro che, nei nostri tre esempi, le parole «pace», «generosità» e «presenza» hanno un significato ben diverso da quello dell’uso comune: stanno per «guerra», «avarizia» e «assenza».
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La scappatoia del «fra virgolette» permette una specie di aggiramento dell’ostacolo.
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Ma non parlerei, come fa il lettore Serravalle, di povertà di linguaggio.
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La persona che ricorre all’espediente sa benissimo qual è il contrario della parola di cui si serve, tanto è vero che è in grado di prenderne le distanze.
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A mio giudizio, la fortuna del «fra virgolette» è da legare a un desiderio, più o meno inconscio, di reticenza, nel senso esatto di questo vocabolo che significa «scarsa volontà di dire», «esitazione volontaria nel dire».
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A meno che non sia manifestata nelle aule dei tribunali con le pene che ne conseguono, la reticenza è stretta parente della volontà di non compromettersi, di sfumare i discorsi per non provocare reazioni immediate, di ammorbidire le proprie tesi.
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Qualche lettore obietterà: ma non sono questi i tempi in cui trionfano la grinta, l'aggressività, il parlare fuori dai denti, l’arroganza, l’immodestia eccetera eccetera?
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E dunque quale bisogno c’è di passare per le vie traverse, di evitare il faccia a faccia anche con le parole?
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Calma, signori miei.
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In teoria, le cose stanno così: bocca spalancala più che aperta, a pugni in faccia.
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Ma in pratica?
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Un grande autore di aforismi, il polacco Stanislaw Jerzy Lec, ha scritto: «Gli uni nascondono agli altri la verità perché la temono: questi ultimi la nascondono ai primi perché la vogliono tenere in serbo fino al momento opportuno. Eppure, è sempre la stessa verità».
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Che poi «fra virgolette» e «virgolettato» appartengano in qualche modo alle forme dell’eufemismo o abbiano per antenata la litote (quella del «non nego» per dire «ammetto»), è un’ipotesi senz’altro possibile.
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Ma mi è piaciuto, una volta tanto, allentare la stretta dei problemi del linguaggio e rifarmi all'amatissimo Lec.
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In fondo, proprio lui è l’autore di quest’altro aforisma: «Sesamo aprili! Voglio uscire!».
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Un quesito addirittura manzoniano viene posto dal signor Vasco Pezzato di Milano: «Perché scrive il nostro Don Lisander parla di venticinque lettori? la sua fu vera o falsa modestia?».
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Il lettore allude al primo capitolo dei «Promessi sposi».
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Dopo l’incontro fra i bravi e don Abbondio, il Manzoni commenta: «Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare, sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato».
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È evidente che, con quella cifra, il Manzoni intendeva esprimere un’idea di quantità piuttosto esigua.
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Che si trattasse di vera o falsa modestia, non ha molta importanza.
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Più interessante è rispondere alla domanda: perché proprio venticinque?
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In un lontano articolo apparso su «Lingua nostra» (la rivista fondata nel 1939 da Bruno Migliorini e Giacomo Devoto, e oggi diretta da Gianfranco Folena e Ghino Ghinassi), fu dimostrato che proprio quel numero compariva in opere del Boccaccio, dell’Aretino, del Firenzuola e di altri, per indicare simbolicamente scarsità di uomini o di denaro o di parole.
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Pur vivendo in tempi di gigantismo generalizzato, oggi siamo in calo rispetto ad allora.
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Che cosa gli hai detto?
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Me la sono cavata con un paio di battute.
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Quanti sono intervenuti alla conferenza o allo spettacolo sperimentale?
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I soliti quattro gatti.
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Chi ha seguito quel comizio?
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Una decina di sfaccendati.
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Chi ha letto quel saggio fondamentale?
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Una ventina di persone fra critici e parenti dell’autore.

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