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Gli animali vittime innocenti del nostro parlar per metafore

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 27 luglio 1990
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page13
Column2-6


[1]
di GIULIO NASCIMBENI
[2]
I lettori non si allarmino.
[3]
Se in queste prime righe vedono apparire i fantasmi dei Mondiali 90, ciò non significa che torneremo a parlarne.
[4]
Ci mancherebbe altro dopo una così massiccia indigestione.
[5]
Coerenti con i temi di questa rubrica, ci interessa soltanto rispondere a quanti, segnalandoci qualche papera di telecronisti e radiocronisti, ci hanno domandato perché si usi questa parola, papera, per definire un errore involontario nel. dire una frase o una battuta teatrale.
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C'è perfino chi, nel corso dei Mondiali, ha usato l’espressione «paperato» (trasmissione «paperata», processo «paperato»...), neologismo di cui non si avverte assolutamente il bisogno.
[7]
Bastano e avanzano «impaperarsi» e i suoi derivati.
[8]
L’uso figurato del vocabolo «papera» non è recente.
[9]
Già nel vecchio Tommaseo-Bellini (186579), si nota che la parola «accenna all’oca, ingiustamente, come l’asino, calunniata».
[10]
Nel Panzini (1905), la locuzione «dire o prendere una papera» è accostata apprendere un granchio».
[11]
Una vera, convincente spiegazione etimologica non c’è, come ammette, del resto, il Dizionario di Cortelazzo-Zolli, che rimanda anche alla metafora zoologica francese «canard» (anatra, ma anche frottola, nota discordante, notizia incredibile).
[12]
E allora?
[13]
Forse siamo semplicemente di fronte, come sospettava il Tommaseo, a uno dei tanti esempi in cui gli animali servono da comodo simbolo per criticare negativamente le azioni degli uomini.
[14]
È una palese ingiustizia, precisiamolo subito.
[15]
Se quando si pesca e l’amo è sul fondo, un granchio abbocca e scuote il sughero lasciando credere a ben altra preda, la colpa non è del granchio.
[16]
Ma noi ci impadroniamo dell'immagine e il granchio diventa sinonimo di abbaglio, di equivoco, di ridicolo malinteso.
[17]
«Errori del parlare che granchi si son chiamati», scriveva Annibal Caro fin dal 1558.
[18]
Intendiamo sottolineare, con questa data, che il vizio è antico.
[19]
Chi si salva?
[20]
Lasciamo perdere l'asino per non sembrare ingenerosi.
[21]
Ma ecco «le lucciole per lanterne», «il cavallo di ritorno», «l’andare in vacca», «il tatto d’un elefante», «l’occhio di triglia», «vender la pelle dell’orso», «la tigre di carta».
[22]
Sono espressioni che indicano soltanto lati negativi della vita: dall'ambiguità alla ritorsione, dallo sfacelo alla maleducazione, alla svenevolezza, al millantato credito.
[23]
È obbligatorio, a questo punto, rammentare l’upupa.
[24]
Con quel nome che è la ripetizione onomatopeica del suo grido monotono (up-up) e che, per la presenza delle due «u», un suono fosco e triste, l’upupa è stata considerata un malaugurate uccello notturno.
[25]
Sappiamo tutti, invece, che si tratta di un grazioso uccello diurno.
[26]
Ma come opporsi al Parini che scrisse e upupe e gufi e mostri avversi al sole?
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E soprattutto al Foscolo dei «Sepolcri»: e uscir dal teschio, ove fuggia la luna, / l’upupa, e svolazzar su per le croci / sparse per la funerea campagna?
[28]
Ci voleva almeno un altro poeta.
[29]
Soltanto un altro poeta avrebbe potuto restituire all’upupa la sua vera identità, chiamandola munzio primaverile, aligero folletto.
[30]
Come è noto, questo poeta fu Eugenio Montale, che scrisse una riabilitazione così completa da includere una netta accusa alla «corporazione» cui Montale stesso apparteneva: Upupa, ilare uccello calunniato / dai poeti...
[31]
Ma chi difenderà, chi riabiliterà l’oca e il granchio, la vacca e l’elefante?
[32]
Un’ultima annotazione ancora legata ai Mondiali.
[33]
Tra le squadre partecipanti c’era la Costa Rica, che disinvoltamente è stata fatta diventare (non dal «Corriere», per fortuna) il Costarica: da femminile a maschile, da due parole separate a una sola.
[34]
La segnalazione è del signor Ugo Sansonetti di Roma, che mi ha mandato copia d’una lettera da lui indirizzata al Pool sportivo della Rai e alle redazioni dei principali quotidiani: «Vi prego scrive il lettore non mascolinizzate quel nome, altrimenti un giorno ci informerete che il Costabrava e il Costasmeralda si contendono il turismo più in e che il Costadavorio e il Sierraleone hanno problemi con il confinante Liberia».
[35]
Quanto agli abitanti, e di conseguenza ai giocatori, della Costa Rica, il lettore li chiama «costaricensi», che è un’espressione esatta ma non esclude l’altra, cioè «costaricani».
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Anzi: il dizionario Garzanti considera «costaricense» meno comune di «costaricano».
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Maschile, femminile: già nella vita, in nome dell’unisex, si casca ogni tanto in errore.
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Poteva esserne esente la geografia?
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Pare proprio di no.
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E così alla lettera riguardante la Costa Rica se n’è aggiunta un’altra riguardante tre paesi africani: Zaire, Zambia, e Zimbabwe.
[41]
Il lettore Raffaele Mottani di Milano precisa: non sono tutti e tre maschili come lasciano credere titoli e cronache di giornali.
[42]
È esatto dire «lo» Zaire e «lo» Zimbabwe, ma «la» Zambia è femmina.
[43]
Il lettore raccomanda: consultate, gente, consultate, prima di scrivere.

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