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di GIULIO NASCIMBENI
Sarà lei, oggi e domani, la protagonista. Dopo il gran discorrere e scrivere e urlare e accusare e rimbeccare e sospettare e blandire, il posto di primo piano adesso è suo, fatalmente suo. Le elezioni, come si è soliti dire, sono arrivate al «dunque». E adesso tocca a lei, alla scheda, sulla quale esprimeremo idee, speranze, rabbie eccetera eccetera.
Per questo 27 marzo 1994 ho scelto la parola «scheda» non soltanto in nome dell’attualità, ma anche perché essa ha alle sue spalle una piccola storia che merita d’essere raccontata. L’etimologia è presto detta: dal greco skéde, «foglio, striscia di papiro».
Dopo aver significato per secoli «pezzetto di carta scritta», la parola ha avuto la sua prima sistemazione nel «Vocabolario della lingua italiana» (1855) di Pietro Fanfani: «Cartoncino destinato a registrare dati secondo criteri prestabiliti e ad essere raccolto, opportunamente ordinato, con altri analoghi, in uno schedario».
Ma è soltanto nel 1891, con il «Novo dizionario» di Policarpo Petrocchi, che compare l’abbinamento di «scheda» con l’aggettivo «elettorale». Fino a quell'anno l’uso era sempre rimasto nell’ambito delle operazioni d’ufficio o, ancor più, nel linguaggio dei bibliofili e dei librai.
Torniamo indietro nel tempo. Dal grego skéde al latino scheda e, inizialmente, all’italiano scoda (o isceda), con la caduta della «h». Ma qual era il significato? Sceda (o isceda) voleva dire «beffa, scherno, spiritosaggine». C’è un altissimo esempio in proposito.
Nel XXIX Canto del Paradiso, detto del Nono cielo o del Primo Mobile, Dante polemizza contro i predicatori della sua epoca che sfruttano la credulità del popolino e cercano non la convinzione ma l’applauso di chi li ascolta. Ai versi 115-116 si legge: Ora si va con motti e con iscede / a predicare ... Cioè, si predica dai pulpiti per lo spettacolo, con motti di spirito e insulse piacevolezze (iscede). Mi sia concessa una rapida appendice: quanti, in queste settimane d’incombente videocrazia, si sono espressi con motti e con iscende?
Il Carducci tentò una riesumazione parlando di sanguinose scede, ma ora sceda e isceda sono definitivamente scomparse e i vocabolari che ancora le citano provvedono ad accompagnarle con la piccola croce destinata alle parole defunte. Devo aggiungere che i dizionari etimologici definiscono il passaggio da «foglio di papiro» a «beffa, spiritosaggine», da «scheda» a sceda, un passaggio - cito testualmente - «con procedimento non chiaro».
Ci fu un’ultima variazione al tempo dei plebisciti ottocenteschi per l’annessione degli Stati preunitari a quello sabaudo: si parlava di schedula, riprendendo alla lettera il diminutivo latino che vuole dire «foglietto». Molto recente l’espressione «scheda bianca»: secondo il «Dizionario etimologico» di Cortellazzo-Zolli (ed. Zanichelli, 1988), essa fu usata per la prima volta sul «Gazzettino-sera» di Venezia il 29-30 maggio 1956.
E da quel giorno «bianco», aggettivo multiuso, ebbe un altro significato da aggiungere alle decine e decine che lo caratterizzano, da quello della neve e del latte a quello della canizie e del pallore.
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