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Il primo è stato Goethe

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 27 febbraio 1994


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di GIULIO NASCIMBENI
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In mancanza di meglio, si torna a parlare di recensioni con i dilemmi che conosciamo.
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Servono o non servono?
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Sono un esercizio di critica o, come sosteneva Henry James, «non hanno nulla in comune con larte della critica»?
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Possono essere una stroncatura o la stroncatura non è da considerare una recensione?
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Un recensore può essere o non deve essere un amico del recensito?
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L’occasione è stato offerta in questi giorni dal decennale della rivista LIndice.
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Alfonso Berardinelli ha scritto sul tema una lettera aperta L’Unità.
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Gli ha risposto, intervistato da Antonio Gnoli di Repubblica.
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Cesare Cases, direttore dell’Indice.
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Ad ampliare il quadro si è aggiunta una notizia dagli Stati Uniti.
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Una corte dappello ha stabilito che una recensione negativa sulla New York Times Book Review è «tanto grave quanto unaccusa dincompetenza rivolta a un avvocato o a un medico su una rivista specializzata».
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Motivo del contendere la stroncatura di un libro dal titolo Come il crimine organizzato influenza il football professionistico del giornalista Dan Mouldea. colpevole di sciatteria, di errori e di insinuazioni infondate.
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A giudizio del recensore, ovviamente.
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Nellambito di questa rubrica, è la parola «recensione» che ci interessa.
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Loriginale è latina, dal verbo recensore che significa «passare in rassegna, esaminare, enumerare, considerare», ma anche «narrare, raccontare».
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Sono stati i tedeschi a trarre per primi dal latino il verbo rezensieren e il sostantivo Rezension.
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Nella sua Storia della lingua tedesca (ed. Sansoni, 1988), Bruno Migliorini colloca, infatti, «recensione» tra i germano-latinismi, arrivati da noi nella seconda metà dellOttocento.
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E a conferma di ciò Migliorini cita il Carducci che, nel 1873, commentando alcuni giudizi critici sul Manzoni, scrisse: «Il Goethe fece quel che i tedeschi chiamano una recensione del Carmagnola e dell’Adelchi».
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Con «recensione» e «recensire» si formò tutta una terminologia che comprende, anzitutto, «recensore» e il suo sinonimo «recensente» (raro, ma usato da Benedetto Croce), il verbo «recensionare», gli aggettivi «recensito», «recensivo» e «recensorio».
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A proposito di «recensore», si registrò anche una variante «recensionista»: lo «scapigliato» Gian Pietro Lucini amava, appunto, definirsi «recensionista letterario».
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Forse perché nel destino della «recensione» cè da sempre la cosiddetta tirannia dello spazio («breve, mi raccomando», è lo slogan dei curatori di pagine culturali), credo che poche altre parole abbiano avuto tanti diminutivi.
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Il Grande dizionario Battaglia (ed. Utet) ne segnala quattro: da «recensioncella» e «recensioncina», da «recensionetta» allestrema, quasi incredibile «recensioncinuccia».
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Se ne servì Clemente Rebora per scivere a un amico: «Eccoti, carissimo la recensioncinuccia stralciata dal Corriere».
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Enigmatico oggetto letterario su cui si discuterà fino alla consumazione dei secoli e della scrittura, la «recensione» è stata, e continua ad essere, bersaglio di molte ironie.
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Le citazioni e gli aneddoti potrebbero essere tanti, ma mi va di concludere con queste parole, divertenti righe di Grazia Deledda: «Quellantico giornalista, richiesto di leggere un libro e scrivere la recensione, rispose: Fare la recensione , ma leggerlo no».

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