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Maarten Janssen, 2014-
Sentence view
Com’è difficile dare un nome ai «vigilantes» degli ammalati
Language column
In altre parole
Author
Giulio Nascimbeni
Date
26
aprile
1990
more header data
[1]
di
GIULIO
NASCIMBENI
[2]
Come
sempre
,
l’
avvertimento
è
d’
obbligo
:
quando
,
in
questa
rubrica
,
si
registrano
nuove
parole
o
nuovi
modi
del
linguaggio
,
non
ho
alcuna
pretesa
di
essere
il
primo
a
farlo
.
[3]
Può
darsi
che
altrove
(
in
altre
rubriche
,
in
qualche
repertorio
di
neologismi
a
me
sconosciuto
)
la
novità
sia
già
stata
segnalata
:
l’
importante
è
che
ne
siano
infortitati
direttamente
i
nostri
lettori
.
[4]
Stavolta
ci
occuperemo
di
una
parola
che
,
in
sé
e
per
sé
,
esiste
da
secoli
:
si
tratta
del
participio
presente
del
verbo
«
badare
»
,
un
verbo
che
,
nella
forma
«
botare
»
del
tardo
latino
,
significava
«
spalancare
la
bocca
»
,
e
successivamente
«
guardare
ammirare
a
bocca
aperta
»
e
poi
«
fare
attenzione
»
.
[5]
Così
insegna
il
«
Dizionario
etimologico
»
di
Cortellazzo-Zolli
.
[6]
La
fraseologia
legata
a
questo
verbo
è
d’
uso
corrente
:
badare
ai
bambini
,
alla
casa
,
ai
propri
affari
;
bada
di
non
uscire
;
bada
a
quello
che
fai
;
bada
al
sodo
;
non
badare
a
spese
…
[7]
Se
è
permesso
un
ricordo
teatrale
di
quarant’
anni
fa
,
«
Bada
che
ti
mangio
»
era
il
titolo
dell’
ultima
rivista
interpretata
da
Totò
:
con
una
canzoncina
che
diceva
:
«
Bada
che
ti
mangio
,
/
dice
il
pesce
grosso
/
mentre
salta
addosso
/
al
pesce
più
piccin
.
/
Bada
che
ti
mangio
,
/
dice
il
livido
collega
/
mentre
già
ti
frega
/
il
posticino
al
sol
»
.
[8]
Ma
non
disperdiamoci
tra
le
memorie
.
[9]
Nelle
cronache
di
alcuni
giornali
,
soprattutto
veneti
,
ho
notato
l’
espressione
i
badanti
,
cioè
il
participio
presente
d’
uso
assai
raro
,
cui
ho
già
accennato
:
i
badanti
sono
quelle
persone
(
in
maggioranza
donne
e
,
di
conseguenza
,
sarebbe
più
giusto
dire
le
bandanti
,
)
,
che
assistono
nelle
ore
notturne
i
malati
.
[10]
I
badanti
non
appartengono
al
personale
degli
ospedali
:
sono
assunti
dalle
famiglie
,
guadagnano
tra
le
80
e
le
90
mila
lire
per
notte
,
trascorrono
il
tempo
su
una
poltrona
,
stanno
attenti
ai
bisogni
di
chi
è
stato
loro
affidato
.
[11]
Poco
dopo
l’
alba
,
all’
ora
del
caffè
,
tornano
a
casa
e
si
ripresentano
alla
sera
.
[12]
Bella
o
brutta
,
accettabile
o
inaccettabile
,
questa
parola
del
linguaggio
familiare-ospedaliero
?
[13]
Non
è
nostra
intenzione
dare
i
voti
,
del
resto
(
scuola
a
parte
)
ormai
esclusivo
appannaggio
dei
colleghi
che
si
occupano
di
calcio
.
[14]
Possiamo
piuttosto
tentar
di
supporre
da
quali
necessità
sia
nato
l’
uso
di
badante
e
badanti
.
[15]
Come
definire
,
senza
tanti
giri
di
frase
,
quelle
persone
?
[16]
In
un
ospedale
,
dire
«
assistente
»
significa
indicare
il
personale
medico
che
viene
dopo
il
primario
e
l’
aiuto
.
[17]
Non
è
nemmeno
il
caso
di
ricorrere
a
«
infermiere
»
.
[18]
Improponibile
è
«
vigilante
»
perché
si
pensa
subito
a
un
uomo
annata
.
[19]
«
Sorvegliante
»
sa
di
fabbrica
.
[20]
Insomma
,
badante
e
badanti
hanno
una
giustificazione
,
sempreché
ci
si
voglia
esprimere
con
un
tonnine
unico
.
[21]
Chissà
se
la
parola
avrà
fortuna
.
[22]
I
campi
di
applicazione
potrebbero
estendersi
.
[23]
Ad
esempio
(
ma
senza
paga
,
ovviamente
)
,
noi
cittadini
dovremmo
avere
il
compito
di
essere
badanti
della
cosa
pubblica
.
[24]
A
orario
pieno
,
s’
intende
.
[25]
Il
dottor
Gastone
Cirla
di
Milano
scrive
:
«
Tra
le
brutte
e
dilaganti
abitudini
nel
parlare
,
vorrei
citare
l’
uso
del
“
diciamo
”
.
Non
c’
è
persona
,
di
qualsiasi
ceto
e
cultura
,
che
,
quando
è
intervistata
alla
televisione
o
alla
radio
,
non
cominci
la
sua
risposta
con
“
diciamo
”
.
Esempio
:
“
Cosa
ne
pensa
lei
di
.
.
.
”
.
Risposta
:
“
Diciamo
che
.
.
.
”
,
invece
di
“
direi
che
.
.
.
”
,
oppure
:
a
mio
avviso
,
oppure
:
mi
pare
.
È
giusta
o
errata
la
mia
avversione
per
quel
“
diciamo
”
?
»
.
[26]
Se
ho
ben
capito
lo
spirito
della
lettera
del
dottor
Cirla
,
nel
«
diciamo
che
.
.
.
»
il
lettore
avverte
non
soltanto
la
noia
di
un
luogo
comune
,
ma
un
segno
di
perentorietà
da
parte
di
chi
risponde
.
[27]
«
Diciamo
»
è
presente
indicativo
,
e
il
modo
indicativo
,
per
definizione
grammaticale
,
esprime
la
realtà
,
la
certezza
.
[28]
Il
lettore
,
infatti
,
propone
come
soluzioni
alternative
l’
impiego
del
condizionale
(
«
direi
che
.
.
.
»
)
o
di
forme
attenuate
come
«
a
mio
avviso
»
.
[29]
Sono
d’
accordo
,
e
mi
permetto
un’
ulteriore
supposizione
:
nel
«
diciamo
che
.
.
.
»
suona
un
sospetto
di
presuntuoso
plurale
maiestatico
(
o
«
maiestatis
»
,
se
vogliamo
riferirci
al
latino
)
.
[30]
Come
indica
lo
Zingarelli
,
per
plurale
maiestatico
s’
intende
«
la
prima
persona
plurale
usata
nei
discorsi
ufficiali
di
personaggi
eminenti
»
.
[31]
Qualche
lettore
malizioso
potrebbe
,
a
questo
punto
,
rimproverarmi
di
passare
molto
spesso
dall’
«
io
»
al
«
noi
»
(
tra
l’
altro
,
accade
più
volte
in
questa
stessa
rubrica
)
,
e
quindi
di
essere
colpevole
della
stessa
perentorietà
di
cui
abbiamo
appena
parlato
.
[32]
Non
è
così
e
prego
i
lettori
di
credermi
.
[33]
Del
resto
,
i
buoni
dizionari
registrano
,
accanto
al
plurale
maiestatico
,
il
cosiddetto
«
plurale
di
modestia
»
,
che
ha
lo
scopo
di
non
voler
insistere
sul
carattere
personale
delle
opinioni
espresse
,
facendole
anzi
apparire
comuni
.
[34]
Ci
sono
due
esempi
illuminanti
in
proposito
sul
Devoto-Oli
:
è
facile
sentire
la
differenza
che
passa
tra
«
benediciamo
in
nome
di
Dio
Padre
»
e
«
riteniamo
di
aver
compiuto
un
atto
di
giustizia
»
.
[35]
Spero
sia
evidente
che
,
per
quanto
mi
riguarda
,
sono
dalla
parte
del
secondo
esempio
.
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