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di GIULIO NASCIMBENI
Ai lettori che, dopo aver dato un’occhiata al titolo di questa rubrica, faranno gesti d’insofferenza e penseranno che non ci si dovrebbe più occupare della parola «inciucio», chiedo di essere pazienti. Mi sembra giusto renderli partecipi di una piccola scoperta. Su una bancarella ho trovato il secondo volumetto di un libro intitolato «Un secolo di canzoni napoletane», uscito nel 1963, che riporta il testo di una canzone del 1959, «Sta Miss ‘Nciucio», di cui risultano autori De Angelis, Galdieri e Di Gennaro.
Un gentile collega ha tradotto dal dialetto quei versi, per me veneto piuttosto indecifrabili. Un innamorato confessa la sua passione per questa Miss Inciucio che «non trova pace / se non mette la gente in croce / se non inciucia: / Donna Rosa ... e Pasqualino, / Gennarino ... e Antonellina, / ciu ciu questo, ciu ciu quella».
Com’è d’aspetto questa ragazza? «Se la guardate è una bambola, / con due occhi ... un velluto. / con una bocca color granata, / ma una lingua...». Il ritratto continua: «Gli occhi sono due lampi / che mi brucio a guardarli ... / Cuore mio, che mi consigli? / Che succede se me la prendo? Sai che imbrogli e che battaglie / se me la sposo dovrò affrontare? Che se pure poi me la porto / sopra un'isola deserta / con gli uccellini e le lucertole / certamente mi fa litigare!».
Miss Inciucio può essere, dunque, considerata Miss Pettegolezzo, prodiga com’è di allusioni maliziose su vicende private di altre persone, sorella, a distanza d’un paio di secoli, della ragazza veneziana cui si rivolgeva Carlo Gozzi quando scriveva: «Ah, fraschetta, pettegola, smorfiosa, / madama fricandò...». Dal pettegolezzo all’intrigo la distanza non è lunghissima, e questo spiega perché, in politica, inciucio significhi compromesso poco trasparente, soluzione pasticciata, e abbia preso il posto di pateracchio e di papocchio. Il primo a parlarne, com’è noto, fu Massimo D’Alema in un’intervista del 30 ottobre ‘95 a «Repubblica»: D’Alema usò, per l’esattezza, l’accrescitivo «inciucione».
Ma non tutti sono d’accordo. Giovedì 23 gennaio, nella «Stanza di Montanelli», è stata ospitata una lettera nella quale era detto: «I cultori della lingua napoletana non accettano l’uso della parola “inciucio” nel senso di imbroglio. Inciucio è pettegolezzo. Il termine più atto a indicare codeste perversioni è invece “’nguacchio”». Seguiva una citazione dal «Dizionario dialettale napoletano» di Antonio Altamura. Non so come andrà a finire, ma è un motivo in più di soddisfazione per aver incontrato Miss Inciucio e il suo «ciu ciu questo, ciu ciu quella». Chissà se qualcuno ne ripescherà anche la musica.
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