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di GIULIO NASCIMBENI
Il nuovo libro di Carlo Frutterò e Franco Lucentini (d’ora in avanti F. & L.) s’intitola Incipit. È una raccolta di 757 inizi di opere della letteratura universale, presentati in forma di quiz, con la soluzione commentata nella seconda parte del volume (ed. Mondadori, pagine 283, lire 28.000). F. & L. hanno, dunque, selezionato un loro incipitario, parola che fu coniata proprio trent’anni fa da Bruno Migliorini nell’Appendice al «Dizionario moderno» del Panzini.
Gli incipit sono qualcosa di sacro, di supremamente rigoroso, e non soltanto in poesia. Nessuno potrebbe impunemente citare La tempesta è passata invece di Passata è la tempesta. Ehi ma anche la prosa esige la stessa completa fedeltà. L’inizio del Piacere di D’Annunzio è L’anno nuovo moriva, assai dolcemente. Chi omette nuovo o la pausa della virgola, come spesso accade, si macchia del crimine di leso incipit.
Questi doveri di precisione possono inaridire un libro, ridurlo a un elenco di riusciti «colpi di dati»? Certamente sì, se non ci si chiama F. & L., i quali hanno perfettamente rivendicato la loro libertà di autori attraverso i 91 brevi capitoli in cui il libro stesso e suddiviso.
Si passa, tanto per fare qualche esempio, dal capitolo dell’amore (con Menandro, Heller, Properzio, la Mitchell, Liala, García Màrquez, Svevo) a quello del carcere (con Kafka, Primo Levi, Pellico, Dostoevskij, Pavese, Dòblin, la Deledda), a quello della luna (con Galilei, Schwarz-Bart, Leopardi, Wodehouse, Campanile). Non c’è consequenzialità fra un tema e l’altro, né ordine cronologico: Joseph Heller viene prima di Poe e Poe prima di Properzio, seguito dalla Mitchell di Via col vento e da Liala.
Incipit è un invito a giocare con la letteratura, anche quella ritenuta minore. Nell’indice degli autori (dove dominano, nell’ordine, Leopardi, Pirandello, Goldoni, Dostoevskij, Poe e Manzoni), si scopre che Salgàri ha lo stesso numero di citazioni di Shakespeare. Il Macbeth («Una brughiera deserta. Tuoni e lampi. Entrano tre streghe») sta insieme, sia pure in un diverso capitolo, alla Figlia del Corsaro Nero («Quella sera a Maracaibo la Taverna El Toro...»).
Un gioco, s’è detto, ma quante scoperte, quanti soprassalti della memoria, quante brucianti sconfitte controllando quelle che, in televisione, sono definite «le risposte esatte». E naturalmente (reazione che F. & L. hanno previsto) la possibilità di indicare le assenze, di contestare le scelte, di completare mentalmente il libro con i nostri incipit preferiti.
Ora pare, come del resto è accennato a pagina 275, che F. & L. stiano pensando a una selezione di explicit, cioè di famosi finali, tipo L’amor che move il sole e l’altre stelle oppure Ma se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta (per gli immemori, il finale dei Promessi sposi). Aspettiamo quest'altro gioco, anche a costo di rischiare nuove bacchettate per le nostre lacune e le nostre confusioni. Imparare o ripassare divertendosi, il rigore ineluttabile di certi momenti della letteratura, non può che far bene, anche a costo di smentire il titolo stesso di questa rubrica. Incipit ed explicit, infatti, non si devono e non si possono dire «in altre parole».
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