Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
di GIULIO NASCIMBENI
Una notizia Ansa del 13 aprile scorso, datata Washington, diceva testualmente: «Dopo il fumo delle sigarette tocca al profumo del pane: nella battaglia per migliorare la qualità dell’aria, Washington non risparmia nessuno. A partire dal ‘95, l’aroma del pane appena sfornato dai panifici statunitensi dovrà essere imbrigliato e depurato per ridurre le emissioni di etanolo. Questo gas, che si forma naturalmente durante il processo di produzione e di cottura del pane, non è tossico ma produce ozono ed è quindi, secondo quanto affermano le autorità, un fattore inquinante».
Mi sembra una notizia sconvolgente. Proibito il profumo del pane? Sarebbe come se fossero proibiti i colori dei fiori, la frescura dei ruscelli, gli abboccati dei vini: cioè, immagini e sentori legati alla natura stessa delle cose.
Potrei citare decine e decine di versi o di brani di prosa in cui il profumo del pane la fa da protagonista.
Inevitabile è Gabriele D’Annunzio: «Oh, questo odore di tranquillo miele e di pane ancor tiepido sotto la crosta che un doratore in ozio per mancanza di foglia d’oro temperò nella bocca del forno sino alla massima ricchezza e squisitezza della sua doratura casalinga».
E uno scrittore oggi molto dimenticato, Fabio Tombari, scrisse nel suo libro più bello, «Tutta Frusaglia», che il pane appena sfornato mandava «un odore, un sentore di buono, di caldo, di santo, che lì, fra i gigli, sapeva di prima comunione».
Ma uno dei ricordi più profondi che ho su questo tema risale a un articolo del caro e grande Egisto Corradi, che il «Corriere della Sera» mandò come inviato a Parigi al tempo in cui temeva che i paracadutisti del generale Massu occupassero la capitale. L’azione doveva avvenire una certa notte, e il giornalista trascorse quelle ore spostandosi continuamente in taxi da un punto all’altro della capitale.
Nulla accadde, venne l’alba, la vita stava per riprendere il suo corso normale. «Nelle vie - concluse il suo articolo Corradi - si sente uno straordinario profumo di pane fresco».
Il pane (una parola che deriva dalla stessa radice del verbo latino pascere, «nutrire, alimentare, allevare, dar da mangiare») ha dato origine a una serie quasi illimitata locuzioni, di proverbi, di sentenze, di modi di dire. Nel dodicesimo volume del Grande Dizionario Battaglia (ed. Utet), la voce «pane» occupa otto pagine. Dopo la definizione dell’alimento, si va dal grido di rivendicazione «Pane e giustizia!» (basterà rammentare il tredicesimo capitolo dei «Promessi Sposi», quello che ha per protagonista Antonio Ferrer) al «pane nostro quotidiano» della preghiera, dalla locuzione, sempre manzoniana, del «far vivere il pane» (cioè del fare in modo che sia abbondante) all’espressione «non mangiar più pane» che significa «morire».
Tutto questo, all’improvviso, diventa inquinante e produce ozono, e cioè un gas allotropo dell’ossigeno dal caratteristico odore pungente (ozono - ironia della sorte - deriva dal greco ózein, «odorare, emettere odore»).
Così va il mondo, e prima e poi (forse prima che poi) anche nel nostro Paese qualcuno penserà di proibire il profumo che ci incanta fin da quando eravamo bambini, quella che ci ostiniamo a considerare la vera fragranza di ogni mattino.
Text view