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di GIULIO NASCIMBENI
I momenti memorabili della «Tregua», il grande libro di Primo Levi da cui Francesco Rosi ha tratto un grande film, sono stati rievocati nelle scorse settimane in tutti i loro contrasti di picaresca odissea: dall’apparizione dei quattro soldati russi a cavallo lungo la strada che costeggia Auschwitz, mentre Levi e un compagno di Lager portano un cadavere in una fossa ormai piena, alle tappe luttuose, ilari, convulse, grottesche, quasi inenarrabili, del ritorno alla libertà.
Tenendo conto delle caratteristiche di questa rubrica, è giusto rammentare la passione linguistica di Primo Levi, nella quale il chimico laureati) «stimma cum lande» s’identificava con lo scrittore, in nome della chiarezza e contro la confusione. Questa passione si manifesta anche nella «Tregua». A Katowice, in attesa del rientro in Italia. Levi è addetto al controllo quotidiano dei pidocchi tra gli ex deportati e conosce il Ferrari, un milanese criminale comune, già detenuto a San Vittore. I tedeschi gli avevano proposto la scelta fra la prigione e il servizio del lavoro in Germania: aveva optato per quest’ultimo ed era finito ad Auschwitz. Il Ferrari racconta a Levi come fu arrestato: «C’era la guerra, lo sfollamento, la borsa nera, un mucchio di gente sul tramvai. Ero sul 2. a Porta Lodovica, perché da quelle parti nessuno mi conosceva. Vicino a me c’era una con una gran borsa: in tasca del cappotto, si sentiva al tasto, c’era il protafoglio. Ho tirato fuori il saccagno. piano piano...».
È il momento del Primo Levi linguista che sembra non poter proseguire se non rimuove l’ostacolo della misteriosa parola, piombata all’improvviso nella narrazione. E intatti scrive: «Devo aprire una breve parentesi tecnica. Il saccagno, mi spiegò il Ferrari, è uno strumento di precisione che si ottiene spezzando in due la lama di un comune rasoio a mano libera. Serve a tagliare le borse e le tasche, perciò deve essere affilatissimo. Occasionalmente, serve anche a sfregiare, nelle questioni d’onore: ed è per questo che gli sfregiati sono anche detti “saccagnati”».
Più che insistere su «saccagno» e «saccagnar», voci diffuse, oltre che in quelli della malavita, nei gerghi dei girovaghi, nelle parlate popolari e nei dialetti, penso alla «breve parentesi tecnica» di Primo Levi. L’incognita di una parola stimola la conoscenza anche a due passi dal filo spinato e dagli orrori infiniti di Auschwitz, (C’è qualcosa di miracoloso in questa forza, e consola (continua mirabilmente a consolare) che se ne possa leggere testimonianza nelle pagine della «Tregua».
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