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Il «saccagno» non dette tregua a Primo Levi

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 23 febbraio 1997


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di GIULIO NASCIMBENI
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I momenti memorabili della «Tregua», il grande libro di Primo Levi da cui Francesco Rosi ha tratto un grande film, sono stati rievocati nelle scorse settimane in tutti i loro contrasti di picaresca odissea: dallapparizione dei quattro soldati russi a cavallo lungo la strada che costeggia Auschwitz, mentre Levi e un compagno di Lager portano un cadavere in una fossa ormai piena, alle tappe luttuose, ilari, convulse, grottesche, quasi inenarrabili, del ritorno alla libertà.
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Tenendo conto delle caratteristiche di questa rubrica, è giusto rammentare la passione linguistica di Primo Levi, nella quale il chimico laureati) «stimma cum lande» sidentificava con lo scrittore, in nome della chiarezza e contro la confusione.
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Questa passione si manifesta anche nella «Tregua».
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A Katowice, in attesa del rientro in Italia.
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Levi è addetto al controllo quotidiano dei pidocchi tra gli ex deportati e conosce il Ferrari, un milanese criminale comune, già detenuto a San Vittore.
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I tedeschi gli avevano proposto la scelta fra la prigione e il servizio del lavoro in Germania: aveva optato per questultimo ed era finito ad Auschwitz.
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Il Ferrari racconta a Levi come fu arrestato: «Cera la guerra, lo sfollamento, la borsa nera, un mucchio di gente sul tramvai. Ero sul 2. a Porta Lodovica, perché da quelle parti nessuno mi conosceva. Vicino a me cera una con una gran borsa: in tasca del cappotto, si sentiva al tasto, cera il protafoglio. Ho tirato fuori il saccagno. piano piano...».
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È il momento del Primo Levi linguista che sembra non poter proseguire se non rimuove lostacolo della misteriosa parola, piombata allimprovviso nella narrazione.
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E intatti scrive: «Devo aprire una breve parentesi tecnica. Il saccagno, mi spiegò il Ferrari, è uno strumento di precisione che si ottiene spezzando in due la lama di un comune rasoio a mano libera. Serve a tagliare le borse e le tasche, perciò deve essere affilatissimo. Occasionalmente, serve anche a sfregiare, nelle questioni donore: ed è per questo che gli sfregiati sono anche detti saccagnati».
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Più che insistere su «saccagno» e «saccagnar», voci diffuse, oltre che in quelli della malavita, nei gerghi dei girovaghi, nelle parlate popolari e nei dialetti, penso alla «breve parentesi tecnica» di Primo Levi.
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Lincognita di una parola stimola la conoscenza anche a due passi dal filo spinato e dagli orrori infiniti di Auschwitz, (C’è qualcosa di miracoloso in questa forza, e consola (continua mirabilmente a consolare) che se ne possa leggere testimonianza nelle pagine della «Tregua».

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