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Il sognista professionista

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 22 maggio 1994


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di GIULIO NASCIMBENI

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All’indomani del discorso programmatico del presidente Silvio Berlusconi al Senato. «La Stampa» ha pubblicato in prima pagina un eccellente articolo di Paolo Guzzanti che si trovava a Palazzo Madama. Nell'articolo era scritto tra l'altro: «Attenzione, anche Berlusconi dice che sta sognando. Dice proprio così: ho fatto un sogno. Dio mio, anche lui. Non è chiaro se cita Martin Luther King o un fondo di Eugenio Scalfari, sognista professionista».

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Le allusioni sono chiare: il famoso discorso pronunciato dal leader nero della non-violenza a Washington il 28 agosto 1963 a alcuni recenti editoriali del direttore di «Repubblica». Ma alla nostra rubrica interessa quella parola, sognista, già evidenziata con il corsivo e che nessun dizionario registra. Un neologismo, dunque, al quale assegnare come data di nascita il 17 maggio 1994, giorno in cui è apparso, come si è detto, sulla «Stampa».

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Non è per la verità, un neologismo complicato. Guzzanti ha aggiunto al vocabolo «sogno» quella specie di factotum che è il suffisso «-ista», il quale di solito forma numerosi aggettivi e sostantivi con i termini in «-ismo»: altruismo-altruista, automobilismo-automobilista, turismo-turista. Va aggiunto che «-ista» dispone anche di una sua autonomia nell’ambito dei nomi che indicano professioni o attività in genere. «Dentista», per spiegarci, non deriva da un astratto e inesistente «dentismo», «fiorista» da un altrettanto inesistente «fiorismo».

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Di questa autonomia gode anche sognista che non discende da «sognismo». Questo dettaglio è una vera fortuna perché meno «ismi» ci sono in giro e più cresce il tasso di concretezza e di credibilità della lingua. Italo Svevo scrisse che «il sentimento non conosce tutti questi ismi».

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Ma perché sognista e non sognatore? Perché rinunciare a una parola bella, dolce, poetica, che esprime ideali, visioni, utopie, fantasticherie? Forse perché un sognatore è solitamente accusato di aver scarso spirito pratico? O per il timore di cadere in un linguaggio più adatto alle canzoni del festival di Sanremo che a una cronaca politica?

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Credo che la spiegazione si trovi nell’accoppiata messa insieme da Guzzanti: «sognista professionista». Cioè, non più il sognatore imprevedibile, romantico, felicemente incidentale, ma il sognatore come metodo di persuasione, come spunto indirizzato a un preciso fine. Il sogno, in sostanza, che diventa apologo nel caso di Scalfari o programma nel caso di Berlusconi.

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Non sono in grado di dire se e quanto sognista durerà. I destini delle parole non hanno oroscopi attendibili e sui neologismi pesano vecchie condanne come quella di Vincenzo Gioberti, il quale sosteneva che «il neologismo può talvolta coprire concetti nuovi e grandi, come nel Kant e nel Vico, ma spesso è solo un lusso barbarico».

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Aspettiamo, vedremo. Per una motivata sentenza ci vorrebbe il grande Bruno Migliorini che, nel 1975, l’anno in cui morì, pubblicò «Parole d’autore», un libro che aveva come secondo titolo un termine dal bel suono classico: «Onomaturgia», derivato dal greco onomatourgòs, «coniatore, inventore di parole». E il pensiero va subito a quel supremo «onomaturgo» che fu il «gran lombardo» Carlo Emilio Gadda.


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