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Ma se l’errore diventa un best-seller come imparare a scrivere in italiano?

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 22 maggio 1990
NewspaperCorriere della sera
Publication placeMilano
Publication countryItalia
Page15
Column2-6


[1]
di GIULIO NASCIMBENI
[2]
In quel libro bellissimo che è Fiori italiani di Luigi Meneghello, si sostiene che, nella scuola d’altri tempi, era praticata la semplicistica teologia degli errori segnati in blu e di quelli segnati in rosso: il blu come peccato mortale e il rosso come peccato veniale.
[3]
Nessuno studio semiologico, a quanto mi risulta, ha mai spiegato perché proprio il blu sia stato scelto come simbolo dell’errore grave, e non il rosso che evoca il sangue delle ferite.
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Probabilmente (ma è un’ipotesi e niente più), con il segno blu si rimanda a colore dei lividi che spuntano sulla pelle dopo una contusione.
[5]
In fondo, gli errori gravi hanno proprio l’aspetto dei lividi sul biancore dei fogli protocollo.
[6]
Nel libro di Meneghello si fa particolare riferimento all’epoca del ginnasio-liceo dell’anteguerra, ricordato come una specie di «mondo dello sbaglio» e con la logica ammissione che lo sbaglio è intrinseco alla natura stessa dell’imparare.
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Qual è la differenza rispetto ai tempi attuali?
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Facciamo un esempio.
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Chiamato a tradurre dal latino l’espressione fata populorum, un ragazzino scriveva i destini dei pioppi.
[10]
Bene, anzi male.
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Allora nessuno parlava di ecologia e di movimenti verdi, e i destini dei pioppi non suscitavano particolare allarme come invece accade adesso.
[12]
Dunque, la traduzione esatta, al di di ogni confusione di significato, era i destini dei popoli.
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Si rideva per questi errori?
[14]
Certamente : si rideva come si ride oggi.
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Ma la risata, lo sfottò, la piccola vergogna restavano chiusi nel cerchio della scuola e poi li si tramandava oralmente come tema obbligato per le rimpatriate degli ex alunni: ti ricordi quando?
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Ti ricordi quella volta?
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La distanza esorcizzava i minimi spettri di un remoto «quattro» e di un’altrettanto remota intemerata materna o patema.
[18]
Le cose sono cambiate.
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All’inizio degli anni Sessanta, ebbe un buon successo la traduzione de La foire aux cancres di Jean-Charles.
[20]
Adesso, con lo speriamo che me la cavo di Marcello D’Oria (ed. Mondadori), si sfondato il muro delle quattrocentomila copie e gli autori di quei temi vivacissimi e sgangherati sono andati in televisione, al «Maurizio Costanzo Show»: purtroppo, pare che questo bestseller dello strafalcione debba finire in tribunale.
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E non per la violata «privacy» dei ragazzini, ma per più prosaiche ragioni legate ai diritti d’autore.
[22]
Intanto, è apparsa la nuova edizione di Fiori di banco, a cura della maestra Ada Treré Ciani (ed. Bompiani).
[23]
Nel libro sono raccolti pensierini di questo tipo: «il contadino lavora i campi con la valanga»; «il mio babbo faceva il maiale e mio zio lo aiutava»; «letargo vuol dire quando cadono gli animali».
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Il «mondo dello sbaglio» è uscito dalle pareti della scuola: con quali risultati?
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La prima risposta potrebbe essere questa: con il risultato di affiancarsi alla letteratura umoristica tenendo d’occhio il cosiddetto «sociale».
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Negli errori, nelle confusioni dei vocaboli, nelle grottesche assonanze, nei dominanti dialettismi, si manifesterebbe un quadro di arretratezza, capace di suscitare ilarità e. al tempo stesso, di denunciare un degrado.
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L’uso sempre più frequente dell’aggettivo «sgarruppato» (tratto da Io speriamo che me la cavo e che significa «disastrato, sporco») conferma la nostra ipotesi: nei temi di quei bambini napoletani, «sgarruppato» sintetizza una situazione di sfascio, ma rimane un vocabolo ad alto indice di divertimento.
[28]
Ci può essere un’altra risposta, a mio giudizio.
[29]
Nel «mondo dello sbaglio» stampato e diffuso, molti lettori trovano un’eco delle loro remote e cruente battaglie con la grammatica e la sintassi: un’eco che si trasforma in silenziosa assoluzione.
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Se l’errore è un bestseller, perché continuare nei vaghi rimorsi, negli intimi imbarazzi?
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Perché?
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La teologia del blu e del rosso ha trasferito i propri dogmi negativi nella grande abbuffata del successo.
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Quanto ai sostenitori di un generale peggioramento della scrittura, questo, come si è soliti dire, è un altro discorso.
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Mi spiace deludere i lettori che si sono affrettati a segnalare l’apparizione del neologismo «leghista» dopo il successo elettorale delle Leghe.
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«Leghista» era finora scarsamente usato, ma non è nuovo.
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I dizionari lo registrano con l’ovvio significato di «chi fa parte d’una lega o la sostiene».
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Non è registrato, invece, il naturale derivato di «lega» e «leghista», e cioè «leghismo», con quel suffisso «ismo» che serve per la formazione di voci dotte di valore astratto: «leghismo», insomma, come romanticismo o marxismo, impressionismo o garantismo.
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È facile prevedere che presto si porrà riparo, considerando che il vocabolo è ormai largamente presente nelle cronache politiche e di costume.
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Con l’immancabile e doveroso saluto all’ombra di Luigi Capuana che, esattamente novantadue anni fa, scrisse un saggio sugli «ismi contemporanei».

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