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di GIULIO NASCIMBENI
Il «Corriere» del 5 gennaio, con un articolo di Dino Messina, si e occupato, di un fenomeno, l'opportunismo, che rispunta implacabile in determinati momenti della nostra vita collettiva, ma che non è, sembra giusto dirlo, un’esclusiva italiana. «Salire sul carro dei vincitori (o dei presunti vincitori)», «correre in soccorso del vincitore» sono metafore che accompagnano soprattutto i periodi di avvicinamento alle elezioni come quello che stiamo attraversando. Il crollo di alcuni partiti, in seguito agli scandali di Tangentopoli, ha molto acutizzato la situazione.
Secondo il «Dizionario etimologico» di Cortelazzo-Zolli (ed. Zanichelli), la parola «opportunismo» appare nella nostra lingua al tempo di Giuseppe Mazzini che ne diede questa definizione: «Comportamento per cui si agisce senza tener conto di principi o ideali, adattandosi alle esigenze presenti in modo da trarne il massimo utile». Anche il derivato «opportunista» riconduce a Mazzini il quale, rivolto a un avversario, scrisse: «Voi siete, come oggi barbaramente dicono, un opportunista».
Perché «barbaramente», cioè con un barbarismo? Perché sia «opportunismo» che «opportunista» sono la traduzione dei vocaboli francesi opportunisme e opportuniste, divenuti di moda al tempo di Leon Gambetta che nel settembre 1870. dopo la sconfitta di Sedan e la caduta di Napoleone III, proclamò la repubblica e tentò di organizzare la difesa contro i prussiani vincitori.
La vera origine non è, però, francese. Ancora una volta bisogna riandare al latino e all’aggettivo opponunus (che si può trovare scritto anche con una sola «p»), composto di ob, «verso» e di portunus (derivato di portus), vento favorevole che spinge la nave verso il porto.
Spiegazione conclusa? Nemmeno per idea. Le parole sembrano fatte apposta per aprire una storia dopo l’altra. Questo portunus appena citato, se scritto con la maiuscola diventa Portunus, cioè Portunno. il dio protettore dei porti, che aveva un tempio sulle rive del Tevere. Portunno (che alcuni scrivono con una sola «n») era, diciamo così, la versione romana del dio greco Palemone.
E siccome ci piace, quando sia possibile, andare fino in fondo, precisiamo che, nella mitologia, Palemone è indicato come il nipote, per parte di madre, di Cadmo e Armonia, sovrani della città di Tebe. Proprio così: quei due personaggi che danno il titolo al bellissimo libro di Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Annonia (ed. Adelphi. 1988).
Ecco dove ci hanno condotto parole sostanzialmente spregevoli come «opportunismo» e «opportunista». Sia chiaro che non avevamo alcuna intenzione di offrire digressioni consolatorie attraverso l’antica Roma e la Grecia dei miti. E per non lasciare nemmeno un’ombra di sospetto nel lettore, concludiamo con due eloquentissime citazioni. Garibaldi, nelle sue Memorie autobiografiche, affermò che gli opportunisti sono coloro «per cui più l'utilità che la moralità serve di bussola». E il vecchio leone Carducci, in una lettera che sembra proprio di questi giorni, scrisse: «La virtù?... La fede?... L’Italia opportunista, la scettica Italia, tanto ha abusato ed abusa di coteste parole»
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