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di GIULIO NASCIMBENI
Da più di due anni, da quando si sono alzati veli, coperchi e quant’altro su Tangentopoli, si è quasi quotidianamente letta e sentita la parola «colluso»: avvisi di garanzia, ordini di custodia cautelare per imputati «collusi» con il sistema delle concussioni e delle corruzioni, con il giro truffaldino delle aste e degli appalti, con la logica del finanziamento occulto ai partiti.
Fatalmente, la parola è passata da Tangentopoli al rapporto con la criminalità organizzata. Sono di qualche giorno fa gli arresti di due magistrati e le denunce di alcuni politici e giornalisti «collusi» con la camorra.
Forse aveva ragione Alberto Savinio quando, nel suo «Hermaphrodito», scrisse che «l’etimologia è scienza infida». Se si dovesse, appunto, stare all’etimologia di «colluso» che deriva dal verbo «colludere», bisognerebbe intenderlo in tutt’altro significato rispetto a quello attuale. «Colludere», identico all’infinito latino da cui deriva, è composto di cum, «insieme», e di ludere, «giocare, scherzare». Sarebbe davvero esilarante se l’etimologia prevalesse: gli accusati giocavano insieme con i camorristi. A che cosa? A biliardo? A scopa? Al calcio tra scapoli e ammogliati?
Va detto che già in latino si era provveduto ad aggiungere altri significati come «essere d’accordo con», e collusor vuole dire sia «compagno di gioco» che «reo di collusione». In italiano la parola ha sempre avuto il disonorevole senso attuale fin dai tempi di Bernardo Davanzali (1529-1606), che sarebbe stato il primo a usarla.
I dizionari definiscono «collusione» come «un accordo segreto fra due o più persone per ottenere vantaggi illeciti, ingannando la fiducia e danneggiando la legittima attività altrui. Per estensione: qualsiasi intesa più o meno segreta e fraudolenta per danneggiare altri; accordo contingente fra partiti politici e organizzazioni sociali ed economiche per scopi inconciliabili con quelli stabiliti dai programmi».
Ma c’è anche un significato che ci toglie da questo fango: ed è quando «collusione» sta per «rapporto, relazione segreta con una persona». Se ne ha un alto esempio nella «Farfalla di Dinard» di Eugenio Montale, la deliziosa raccolta di prose uscita nel 1956. Il brano s'intitola «Il signor Stapps», uno strano personaggio d’origine boema che custodiva la villa di un americano a Firenze durante gli anni dell'immediato anteguerra. Lo Stapps divenne amico del poeta.
«A sentir lui – scrive Montale – io ero l’unico uomo del mio mondo ch’egli si degnasse di praticare, sebbene non fosse misantropo e non mancasse di alludere a nobili frequentazioni, a vecchi legami, a intime collusioni con gente di un’altra sfera, internazionale, ora in fuga o sotto sequestro». Gente perseguitata in quell’epoca di dittature e di orrori?
Infine, se volete giocare come nell’enigmistica con il cambio di vocale, sostituite la «u» di «collusione» con una «i» e avrete «collisione». Altri significati, altra etimologia: da cum, «insieme», e laedere, «offendere, danneggiare, colpire».
Eppure, anche a rischio di un’eresia linguistica, mi sembra che alcune recenti «collusioni» siano delle vere e proprie «collisioni» con la buona fede e con le speranze di noi cittadini.
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