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di GIULIO NASCIMBENI
Nel suo eccellente e non dimenticato libro Il Neoitaliano (Zanichelli, 1989), Sebastiano Vassalli segnalava, tra le parole degli anni Ottanta, opinionista e ne dava la seguente definizione: «È il “pensatore delegato” a pensare per gli altri: colui che, attraverso i giornali e la televisione, aiuta gli altri ad assumere un’idea sui fatti del momento. Nei folli anni Settanta, e ancor più nei banali anni Ottanta, in Italia, l’importanza e il peso degli opinionisti crebbero di pari passo con il tramonto delle ideologie e con la perdita d’influenza dei partiti-chiesa: per cui, dall’oggi al domani, molti italiani si ritrovarono in questa necessità di dover cominciare a pensare con la loro testa: e si rivolsero agli opinionisti per esserne aiutati».
Sono passati quattro e credo che nessun’altra parola abbia patito un degrado tanto massiccio come opinionista. C’è (già qualcuno che si ritiene offeso a essere chiamato così: «Opinionista io? Bada a quel che dici...». Non c’è una data precisa alla quale legare l’inizio della caduta. Si possono fare delle ipotesi, ma niente più.
Forse tutto è cominciato quando, dopo i filosofi e gli storici, divennero opinionisti gli allenatori di calcio disoccupati, soprattutto se stranieri e in perenne conflitto con la lingua italiana. Forse la decadenza è stata accentuata dalle star del giornalismo televisivo che, dopo carriere trascorse a leggere diligentemente sul «gobbo elettronico» (scrollbox, se preferite il termine inglese), hanno scoperto in un colpo solo d’essere esperte in economia e sociologia, etica e management. Forse il crollo, definitivo l’hanno provocato gli opinionisti telefonici, quelli che vivono accanto al telefono come insonni sentinelle nella garitta, pronti a sentenziare sullo stupro e sui Bot, sulle leggi elettorali e sui pantacollant.
Ho la netta impressione che, se oggi uno decidesse di mettere sul proprio biglietto da visita la qualifica di opinionista, si comporterebbe come quel signore napoletano che anni fa mi scrisse una cortesissima lettera a proposito di questa rubrica. Alla lettera era, appunto, allegato un biglietto da visita: sotto il nome e il- cognome del lettore, spiccava l’appellativo di «contemporaneo». E cioè una parola che voleva dire tutto e niente, a disposizione di chiunque, valida per ogni uso.
Sarà questo il destino di opinionista?
Un destino, comunque, che viene da lontano. È vero che l’ingresso nella nostra lingua è recente, ma nell’undicesimo volume del Grande Dizionario Battaglia della Utet ho scoperto che una voce opinionisti (proprio così, al plurale) era già presente nel famoso Tramater, o meglio nel «Vocabolario universale italiano, compilato a cura della Società Tipografica Tramater e C., Napoli 1829-40).
Gli opinionisti erano una setta eretica, vicina alla confessione valdese, e il Tramater impietosamente li presentava così: «Eretici che comparvero nel decimoquinto secolo, così detti perché essendo infatuati di molte ridicole opinioni, le sostenevano con pertinacia».
Allora non c'erano giornali né radio né televisioni né telefoni, e il discredito derivava da questioni religiose. Ma cinque secoli dopo...
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