Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
di GIULIO NASCIMBENI
Da qualche tempo le mie giornate si chiudono con un grido che esce dal televisore. È notte, le dita annaspano sul telecomando perché molto spesso i vecchi film sono troppo vecchi, e allora è inevitabile imbattersi nella passerella dei venditori. Ci sono novità in questo settore: oltre ai soliti mobili e ai soliti «arredamenti completi» (formula magica che dilata gli sconti fino alle soglie dei regali), ho sentito esibire di recente stimolatori elettronici antidolorifici, vibratori che trasformano i fianchi di una signora opulenta in quelli di una top-model, prodotti che svegliano da un sonno pressoché mortale i bulbi piliferi.
Ma il grido è un’altra cosa. Esso è composto di due parole e arriva improvviso, sferzante, perentorio, dopo una domanda. Facciamo l’esempio. Il venditore televisivo sta illustrando i prezzi che propone. Poi si ferma come assalito da un dubbio, e riprende: «Ci sono in giro prezzi più convenienti di questi?». La risposta sta, appunto, nel grido. Appellandosi a tutte le risorse della sua voce, il venditore prorompe in un triplice: «Non esiste! Non esiste! Non esiste!». Anzi, per la precisione, l’ultima delle tre battute va scritta come in una scansione di sillabe: «Non e-si-ste!».
Anche a costo di una sgradevole cacofonia o di un apparente gioco di parole, devo confessare che, dopo il «Non e-si-ste!», non resisto. Insomma, spengo finalmente il televisore. Non ce l’ho — sia chiaro — con quel venditore che fa il suo mestiere. Ce l’ho con questa frase che, come avvertono molti sintomi, si sta insinuando un po’ dappertutto. Il fenomeno era già stato segnalato da Sebastiano Vassalli nel suo «Il neoitaliano Le parole degli anni Ottanta» (ed. Zanichelli 1989): la minaccia è diventata moda.
Prendete una discussione fra tifosi: «L’Italia vincerà i mondiale? Non esiste. Gli stadi saranno pronti per la data stabilita? Non esiste. Schillaci sarà il nuovo Paolo Rossi? Non esiste». Prendete altri argomenti: «Bella la canzone che ha vinto a San Remo? Non esiste. Pungente la satira di “Biberon”? Non esiste. Risolti i problemi degli immigrati di colore? Non esiste».
Come si sarà notato, la formula è assolutamente immutabile. Intendo dire che, se nella domanda c’è un plurale, la risposta rimane al singolare: «Prezzi bloccati? Manette agli evasori? Arbitri professionisti? Non esiste». D’altronde, il «non esiste» vuole essere una specie di sentenza inappellabile che respinge qualsiasi continuazione del discorso, un punto fermo davanti alla presunta mancanza di logica della domanda.
Ora non staremo più di tanto a compiangere la triste sorte di un verbo fondamentale come «esistere», il cui omonimo latino «esistere» significa mostrarsi, apparire, nascere, sorgere, Né cadremo nelle alte distinzioni filosofiche dell’essere e dell’esistere.
Per carità. Il nostro modesto compito si limita al fatto di costume: «non esiste» è un rifiuto di discussione, un pugno sul tavolo, un troncamento (o, se vi piacciono le parole importanti, un atteggiamento apodittico). In perfetta coerenza, del resto, con le tentazioni d’arroganza che ci sono in giro.
Può darsi che molti pronuncino il «non esiste» per innocente tendenza alla ripetitività. Ma guardatene altri nel momento in cui lo dicono: più che sicurezza, ostentano sicumera. Non sono nemmeno sfiorati dal dubbio che sarebbe possibile ricorrere ad altri, più morbidi modi: non sono d’accordo, non lo credo, vedremo…
Per il recente sciopero dei capistazione, è tornato nei titoli dei giornali l’aggettivo «selvaggio» in una nuova combinazione: «paletta selvaggia». Conseguenze dello sciopero a parte, il fatto ha allarmato il signor Giorgio Caprara di Milano: «Sembrava finita — scrive — con l’uso di questo aggettivo, ed era un bene per la lingua, per i giornalisti, per i lettori, per tutti. Un po’ di fantasia non gusterebbe: trovate, vi prego, qualche altra definizione».
Effettivamente, è impossibile tentare l’elenco di tutte le apparizioni di «selvaggio» dagli anni Sessanta ai giorni nostri. Lo Zingarelli registrò, fin dal 1970, «gatto selvaggio» (la sospensione del lavoro alternativamente in uno o in altro settore della catena di montaggio). Così, senza troppe ricerche, rammentiamo «aquila selvaggia», «timone selvaggio», «traghetto selvaggio», «locomotiva selvaggia», «violino selvaggio», fino a un quasi incredibile «tutù selvaggio», coniato per le agitazioni di un corpo di ballo.
Ho l’impressione, caro lettore Caprara, che l’aggettivo da lei detestato abbia intatte possibilità di sopravvivenza: è indiscutibilmente efficace, e non saprei suggerire come sostituirlo. Forse (ma lo dico per puro scrupolo linguistico) si potebbe ricordare che «selvaggio» significa anche «ignaro, inesperto». Ce lo insegna nientemeno che Dante: «la turba che rimase lì, selvaggia / parea del loco...». /Purgatorio, canto II, versi 52-53).
Text view